sabato, Gennaio 17, 2026
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L’allattamento e il costo di ignorare la cura

Nel magico mondo di MAHA “Make America Healthy Again” che si propone di rendere più accessibile e di migliorare il sistema sanitario americano, e di cui sfortunatamente Robert F. Kennedy Jr., il Ministro della Salute americano, è un grande promotore, è assolutamente normale mettere in dubbio l’efficacia dei vaccini e smantellare la ricerca scientifica su, per esempio, il cancro. Quindi, non si sa bene come, nell’ambito di questa follia è emerso un barlume di buon senso, con un recente rapporto sulla salute dei/delle bambini/e  (impreciso, su cui pendono accuse di aver usato l’intelligenza artificiale, ma non stiamo a sottilizzare) in cui viene menzionata l’importanza di sostenere l’allattamento al seno, che ha benefici sulla salute dei/delle neonati/e e sulla salute di chi allatta.

Sia chiaro che ovviamente si può scegliere di non allattare al seno, e va benissimo.

Comunque, tutto bene se non fosse che lo stesso movimento MAHA e l’amministrazione Trump tendono a ignorare soluzioni sistemiche che effettivamente sosterrebbero un maggiore ricorso all’allattamento al seno in un paese dove non c’è un congedo di maternità o parentale obbligatorio a livello federale e viene lasciato ai singoli stati o alle aziende il compito – se vogliono – di implementare politiche a favore dei genitori. Questo scarso supporto in traduce in tassi di allattamento non soddisfacenti: anche se secondo il CDC  “Tra i neonati nati nel 2019, la maggior parte (83,2%) ha iniziato a ricevere latte materno”, nel tempo si verifica poi un calo: “a 1 mese, il 78,6% riceveva latte materno, a 6 mesi, il 55,8% dei neonati riceveva latte materno e il 24,9% esclusivamente latte materno”. Le raccomandazioni sono di arrivare fino ai 6 mesi con l’allattamento esclusivo.

Questo calo nel corso del tempo non stupisce, dato che le madri negli USA tendono a dover tornare a lavorare molto presto dopo il parto, cosa che non favorisce l’allattamento al seno. La situazione è ancora peggiore per le donne di colore e le donne povere: infatti hanno maggiori probabilità di essere impiegate in posti di lavoro che non consentono loro di prendersi più di tanto tempo dopo il parto e di potersi prendere delle pause per tirare il latte durante l’orario di lavoro. 

L’impatto di congedi parentali garantiti a livello federale potrebbe essere quindi importante, considerando che, per esempio, “In California, una legge sul congedo parentale retribuito promulgata nel 2004, che garantiva alle madri fino a sei settimane di congedo retribuito, si stima abbia aumentato la durata complessiva dell’allattamento al seno di quasi 18 giorni e la probabilità di allattare al seno per almeno sei mesi di 5 punti percentuali”.

Bisogna anche dire che oltre alla mancanza di congedi, l’amministrazione Trump ha dichiarato una guerra contro le persone povere e a favore dei miliardari che includerebbe, tra le altre decisioni scellerate, di “tagliare  circa 186 miliardi di dollari dal Supplemental Nutrition Assistance Program, un programma separato che aiuta le famiglie povere a pagare la spesa alimentare” e “i tagli a Medicaid, il programma federale-statale di assicurazione sanitaria, hanno anche sollevato interrogativi sul futuro di alcune coperture correlate per le madri in gravidanza e nel post-partum.” Data la centralità di una buona nutrizione in gravidanza e dopo per favorire l’allattamento al seno, è chiaro che questi tagli vanno in una direzione contraria a quella di sostenere i genitori che vorrebbero allattare al seno. Oltretutto, come scrivevamo tempo fa, in assenza di politiche serie che sostengono l’allattamento al seno, siamo al solito meccanismo per cui devono essere le persone (spesso le donne) ad arrangiarsi per risolvere problemi che invece richiederebbero soluzioni sistemiche. 

Peraltro non è la prima volta che gli USA si  stracciano le vesti per i tassi di allattamento bassi (e che noi ne scriviamo) trascurando allegramente anche il fatto che è un’attività di cura molto impegnativa che richiede per i primi sei mesi di vita tra le 17 e le 20 ore a settimana, con costi non indifferenti a livello individuale (le donne che allattano a lungo hanno un reddito minore nei primi cinque anni di vita della prole rispetto a chi allattano con il latte artificiale, principalmente perchè le prime passano meno tempo nella forza lavoro, o perchè  lavorano per meno ore) ma benefici notevoli a livello macroeconomico. 

Per esempio, uno studio del 2019 ha rilevato che l’allattamento al seno può prevenire ogni anno 98.243 decessi per cancro al seno e alle ovaie, e per diabete di tipo II, con un risparmio per il sistema sanitario globale di 1,1 miliardi di dollari all’anno. Dati riportati dalle Nazioni Unite parlano di un ritorno economico di 35 dollari  per ogni dollaro investito nel sostegno all’allattamento al seno e gli autori e le autrici dello studio “A proposal to recognize investment in breastfeeding as a carbon offset” evidenziano anche che “Raggiungere gli obiettivi nutrizionali globali per l’allattamento al seno consentirebbe di ottenere riduzioni molto maggiori delle emissioni di gas serra rispetto alla decarbonizzazione della produzione commerciale di latte in polvere.” 

In Italia, uno studio del 2006 su 842 neonati ha rilevato che i bambini allattati esclusivamente al seno per tre mesi costano al sistema sanitario 20 euro in meno per spese ambulatoriali rispetto ai bambini allattati solo parzialmente o esclusivamente con latte artificiale; la differenza sale a 120 euro in termini di cure ospedaliere. 

Infine, uno studio australiano ha proposto di includere la produzione di latte materno nel PIL, stimando il valore della produzione a 3 miliardi di dollari all’anno in Australia, 110 negli USA, e 1 miliardo in Norvegia. Julie Smith, autrice dello studio, sostiene che non attribuendo un valore economico al latte materno implicitamente non gli diamo alcun valore, e che l’invisibilità dell’allattamento al seno nell’economia e nel sistema di produzione del cibo sia parte della sottovalutazione del contributo delle donne all’economia. 

Gira e rigira torniamo quindi sempre all’invisibilità del lavoro di cura, di cui l’allattamento è solo un aspetto, e all’incapacità e mancanza di volontà  della leadership politica, persino a fronte di un guadagno economico, di riconoscere alla cura il valore – economico e non – che si merita. 

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Foto di Gaby Fishman Fosbery su Unsplash

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