
Che l’accoppiata donne e potere non sia ancora mainstream ce lo ricorda il Women’s Power Index del Council on Foreign Relations, che ha analizzato i dati di 193 paesi nel periodo 2000 -2025, relativamente a alla percentuale di donne che ricoprono la carica di capo di Stato o di governo, nei governi, nelle assemblee legislative nazionali, come candidate alle assemblee legislative nazionali e negli enti locali, visualizzando quindi il divario di genere nella rappresentanza politica.
La situazione attuale ha ampi margini di miglioramento, dato che dopo anni di progressi siamo in una fase di stagnazione. Evviva.
In breve:
- 26 paesi su 193 hanno una donna a capo di Stato o di governo
- 9 paesi su 193 hanno almeno il 50% di donne nel governo nazionale
- 6 paesi su 193 hanno almeno il 50% di donne nel parlamento nazionale
L’indice assegna all’Italia un punteggio di 43/100: abbiamo, come ben sappiamo, una donna a capo del governo, il 25% delle donne ministre, le donne sono il 34% delle elette al Parlamento (le candidate erano il 44%) e rappresentano il 33% delle elette nelle amministrazioni locali.
Al di là di questioni di uguaglianza, la presenza di più donne in politica, (certo, chiediamoci sempre quali donne, se femministe o no) fa bene a tutta la società: quando ci sono più donne elette o nominate nei rispettivi parlamenti, ci sono più politiche di carattere democratico e progressista e anche meno disuguaglianza; ci sono anche più iniziative a favore delle donne, per le famiglie e la prole, come la parità salariale, il contrasto alla violenza di genere, gli assegni familiari.
Queste politiche, che spesso sono viste come indirizzate a risolvere “i problemi delle donne” sono invece, secondo il World Economic Forum,”strategie di crescita economica che aumentano la partecipazione alla forza lavoro, migliorano la produttività e rafforzano la stabilità finanziaria a lungo termine” e inoltre “[colmare il divario di genere nell’occupazione potrebbe aumentare il PIL globale di 12.000 miliardi di dollari, con un aumento dell’11% della produzione economica globale.”
Uno studio del 2023 ha osservato invece che un aumento del 10% della rappresentanza femminile in parlamento si traduce in un aumento dello 0,74% della crescita del PIL.
In Canada è stata osservata una relazione diretta tra l’incremento delle amministratrici locali in dieci province nell’arco di una trentina di anni e la diminuzione del tasso di mortalità della popolazione del 37,5%. Tra l’altro questo miglioramento ha beneficiato soprattutto gli uomini – che hanno tassi di mortalità in generale più alti di quelli delle donne – ed è dovuto a una maggiore attenzione ad aree di intervento “salvavita”: la cura medica, la prevenzione, i servizi sociali e l’istruzione superiore. In Italia invece, la spesa pro capite per i servizi socio-assistenziali, per gli asili nido e per le cure domiciliari per persone anziane è più elevata nelle regioni dove ci sono più donne elette nelle amministrazioni comunali.
Anche l’ambiente peraltro beneficierebbe di una maggiore presenza di donne in politica: i paesi con una maggiore presenza di donne in parlamento hanno più probabilità di ratificare trattati internazionali sul clima. La Finlandia, proprio con Sanna Marin al potere, si era posta l’obiettivo di diventare il primo paese europeo a emissioni zero entro il 2035.
Non avere abbastanza donne in politica, quindi non solo è un problema delle donne, ma un problema di tutta la collettività. Senza le donne non si possono costruire società ed economie che siano più giuste e attente alla cura delle persone e del pianeta.
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