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A qualcuna di voi è arrivata l’IMU da pagare e siete rimaste tramortite? È vero, chi paga questa tassa si può considerare fortunata: significa pur sempre possedere almeno una casa. Eppure, inutile negarlo, ogni volta è un colpo al cuore. La casa è infatti quel “mattone” su cui si è costruita gran parte della ricchezza del Paese negli anni Sessanta e che oggi rappresenta un’ancora di salvezza per molte generazioni: guai a chi la tocca. donne e rendita immobiliare in Italia
Non sorprende, quindi, che l’Italia sia tra i paesi europei con la più alta quota di proprietari di abitazioni. donne e rendita immobiliare in Italia
Secondo una recente analisi di Eurostat, in Italia ben il 75,9% della popolazione nel 2024 viveva in una casa di proprietà, il 24,1% invece era in affitto. Una buona notizia, per una volta, direte voi? Si e no. donne e rendita immobiliare in Italia
É davvero una bella notizia perché tre quarti della popolazione ha un tetto sicuro sulla testa, ma lo diventa un po’ meno se pensiamo che questo indicatore rappresenta anche un forte immobilismo economico e sociale. Basti guardare non solo il confronto con la media europea (68,4% di prorietari e 31,6% di affittuari) ma soprattutto i nove paesi con un risultato migliore del nostro (Romania, Slovacchia, Ungheria, Croazia, Lituania, Polonia, Bulgheria, Lettonia ed Estonia) e quelli che invece hanno i risultati peggiori, ovvero con la quota maggiore di popolazione in affitto: Germania, Austria, Danimarca, Francia, Lussemburgo, Svezia, Finlandia. Insomma, i paesi economicamente e socialmente tra i più avanzati dell’Unione Europea, e ben più dinamici del nostro, hanno quote di persone che vivono in affitto ben superiori alla nostra.

Il fatto, poi, che questi paesi siano anche in cima alla classifica del Gender Equality Index non è una coincidenza.
La parità di genere, infatti, avanza dove c’è dinamismo sociale ed economico che produce il cambiamento e non può invece progredire in contesti dove la crisi demografica e la fuga dei giovani all’estero blocca la crescita del paese, riducendo la presenza di quelle parti della società, come i giovani, che più alimenta il mercato degli affitti.
Comunque, essendo l’Italia un paese ad elevata densità demografica e parecchio urbanizzato, non viviamo esattamente in regge, soprattutto chi è a rischio di povertà. d
Rispetto agli altri paesi della UE, le nostre case sono infatti più piccole (una stanza e mezza a testa, siamo il 20esimo paese sui 27 in Europa) e soprattutto sono sovraffollate[1] (il 23,9% degli italiani, contro il 16,9% degli europei, siamo in questo il nono paese in Europa su 27).
L’analisi degli ultimi anni sul sovraffollamento delle nostre case non mostra grandi progressi: nel 2024 siamo tornati più o meno agli stessi livelli del 2010, ma soprattutto, mostra un rapporto diretto con la povertà: rispetto alla popolazione a rischio di povertà (ovvero con un reddito inferiore del 60% a quello mediano), l’indice di sovraffollamento sale al 31,7% contro il dato dell’Europa a 27 del 28,99%.
In questo quadro generale, quale è la situazione del patrimonio immobiliare delle donne?
Qui è un po’ più difficile da capire, perché spesso non si riesce a distinguere il patrimonio personale da quello familiare, ma qualcosa si può comunque dire. Ad esempio, è sorprendente scoprire dall’indagine biennale dell’Agenzia delle Entrate che
quasi la metà degli immobili in Italia è intestato a donne. donne e rendita immobiliare in Italia
In tutto queste possiedono infatti 12,4 milioni di immobili, equivalente al 48,8% del totale. Certo, quelli delle donne sono immobili che rendono singolarmente un po’ di meno in termini di affitti, ma valgono di più. Nelle parole dell’Agenzia delle entrate: “Il reddito imponibile dei proprietari (29,5 mila euro) è più elevato in media di circa 10 mila euro di quello delle proprietarie (circa 19,5 mila euro), ma sia il Valore Imponibile Potenziale che il Valore Stimato di Mercato degli immobili delle proprietarie è più elevato (rispettivamente, oltre 94 mila euro e 178 mila euro) rispetto a quello dei proprietari (92 mila euro e 176 mila euro)”.
Interessante è anche andare a guardare il reddito complessivo da locazione degli immobili delle donne che emerge dalle dichiarazioni dei redditi del 2023.
Qui vediamo che, mentre il totale dei redditi dichiarati è, come ci si può aspettare, molto superiore per gli uomini (597,6 miliardi di imponibile dichiarato) che per le donne (372,6 miliardi), l’unica voce di reddito che più si avvicina alla parità è proprio quella dei redditi da locazione di immobili: 9,2 milioni di donne contribuenti in questo ambito (il 48%) dichiara infatti il 50,4% del totale degli affittii (12,8 miliardi).
Da dove arrivano queste proprietà? Considerate le difficoltà delle donne nel mercato del lavoro e il gender pay gap, è inverosimile che le donne abbiano accumulato questo patrimonio immobiliare principalmente con i propri guadagni.
Più probabile è che lo abbiano ottenuto in gran parte per via ereditaria o donazioni intrafamiliari, senza contare, poi, i comportamenti elusivi, tipo intestare gli immobili ad un familiare per pagare meno tasse.
L’impatto della trasmissione del patrimonio per via ereditaria è poi tanto più evidente se consideriamo che tra le coppie sposate, sulle quali pesano di più le dinamiche lavorative di quelle ereditarie, la ricchezza immobiliare degli uomini è maggiore. L’ultima analisi della Banca d’Italia la stimava per il quadriennio 2012-2016 maggiore del 40% di quella delle donne.
Se ci pensate, è davvero paradossale che il sistema sociale ed economico ostacoli così tanto la parità di genere nel mondo del lavoro, dell’economia e della politica, e poi non batta ciglio nella trasmissione intergenerazionale del patrimonio, che avviene con parità per figli maschi e figlie femmine. Anzi, a ben vedere, le donne, sposandosi mediamente con uomini più grandi di loro, e vivendo più a lungo, ereditano sia come figlie sia come vedove: basti ricordare che in Italia vivono 3,6 milioni di donne vedove contro 774 mila uomini (Istat, 2024)
Guardandoci un po’ indietro, non è però così strano come potrebbe apparire.
Il nostro sistema economico familista si è sempre occupato nella storia, in qualche modo, del benessere economico delle donne, attraverso la dote, ad esempio, ma sempre da una posizione di potere decisionale maschile che ha condizionato l’autonomia e l’indipendenza femminile.
Ancora oggi, quindi, si accetta senza problemi che le donne ereditino dal padre o dal marito, soprattutto se questo avviene in tarda età, quando il percorso di vita e di scelta si è già ridotto o comunque ristretto, e non si avverte più la minaccia dell’indipendenza e del potere economico che le donne avrebbero se invece disponessero di queste risorse nel pieno della loro vita produttiva e riproduttiva.
Ad ogni modo, sappiamo bene quanto la trasmissione ereditaria della ricchezza sia un fattore di considerevole diseguaglianza sociale, anche tra donne.
Non avere un patrimonio familiare alle spalle nell’immobilità economica e sociale del nostro paese, rappresenta al momento in Italia una condanna quasi definitiva alla loro possibilità di crescita.
Quante sono nel nostro paese, invece, le donne che una casa non ce l’hanno e ne avrebbero invece un disperato bisogno?
Non lo sappiamo con certezza, ma possiamo dire come lo Stato affronta il problema abitativo. In Italia l’edilizia sociale rappresenta il 3,8% del totale del patrimonio immobiliare nazionale. Si tratta di una quota molto bassa, rispetto a paesi come Paesi Bassi, Austria e Danimarca, dove l’edilizia sociale rappresenta tra il 19% e il 32% del patrimonio abitativo totale. Addirittura, l’Italia è quart’ultima nel confronto con gli altri paesi dell’OCSE.
Le ultime stime riportano che in Italia ci sarebbero 805 mila alloggi popolari attivi che danno un tetto a 2,2 milioni di persone. Per l’89% si tratta di alloggi per i quali viene pagato un affitto regolare, seppur calmierato, per il 4% sono occupati abusivamente, per il 7% sono alloggi sfitti. L’edilizia sociale è però fondamentale per contrastare la povertà delle famiglie, e dunque anche delle donne e dei minori, eppure ci ritroviamo ancora con 650 mila nuclei familiari in lista di attesa per le case popolari.
Nella povertà abitativa si nasconde inoltre un tema di genere importante, che rimane occultato dalle statistiche familiari
Tra le categorie più colpite dall’emergenza abitativa si trovano infatti soprattutto famiglie con genitori disoccupati, i nuclei numerosi, le giovani coppie e, in misura crescente, anziani, anziane e famiglie monogenitoriali con figli. Un’analisi di genere di questi gruppi evidenzia una presenza significativa, tra i soggetti assegnatari degli alloggi popolari, di donne sole, anziane e donne separate con figli, che accedono con maggiore frequenza ai contributi e agli alloggi pubblici per far fronte a situazioni di fragilità economica e abitativa. Le donne risultano infatti più esposte al rischio abitativo: in Italia l’80,9% delle famiglie monogenitoriali in povertà assoluta è composto da madri sole, mentre il 38,8% delle donne over 65 vive da sola, contro il 19,5% degli uomini. Non abbiamo un dato nazionale su quante siano le donne anziane o donne capofamiglia e sole con minori a carico assegnatarie di alloggi popolari, ma alcuni bilanci di genere comunali che lo hanno rilevato confermano tutti una presenza maggioritaria di queste casistiche poiché, giustamente, rientrano tra le categorie più svantaggiate che aumentano il punteggio per l’assegnazione.
Non affrontare adeguatamente con l’edilizia sociale il tema della povertà abitativa, inoltre, contribuisce ad allargare la forbice delle diseguaglianze:
il 21,6% delle famiglie in affitto è infatti in povertà assoluta, contro il 4,6% delle famiglie che invece ha una casa in proprietà. Eppure, nonostante l’edilizia sociale sia così importante per affrontare la povertà nel nostro paese (che, ricordiamo, raggiunge il 10% della popolazione), sappiamo bene come non sia un tema politico all’ordine del giorno.
D’altronde, in un paese dove tre quarti della popolazione vive in una casa di proprietà, come abbiamo visto, e il 21% del quarto restante in affitto è in stato di povertà, si capisce come la politica di ogni colore non ponga questo tema, egoisticamente, in cima alle proprie priorità, essendo molto debole in termini di voti potenziali.
Per contro, la politica è attentissima, invece, al tornaconto elettorale dei bonus edilizi che, invece, è un tema molto forte dal momento che beneficia proprio quel 75,9% di proprietari di immobili, dei quali poco meno della metà, ricordiamolo, sono anche donne.
Negli ultimi anni l’Italia ha speso cifre importanti per i bonus edilizi, certo spiegati anche con l’esigenza dell’efficientamento energetico voluto dal PNRR e dal Green Deal. Non vi è dubbio, comunque, che siano stati un’opportunità importante per i proprietari e proprietari di case di valorizzazione del patrimonio immobiliare.
Ci sono diverse stime su quanto sia stata questa spesa, a seconda delle modalità di calcolo, la più diffusa è comunque quella che arriva a 110 miliardi di euro, altre parlano di 122 miliardi. Anche se una parte poi rientra attraverso le tasse pagate dal sistema edilizio, non vi è dubbio che si tratti di una cifra ragguadevole, che ha aumentato il contributo del settore edilizio alla produzione del nostro PIL nazionale. Dopo anni in cui questo settore ha sofferto parecchio, toccando il minimo storico nell 2017 e nel 2018, quando rappresentava il 4,2% del PIL totale in Italia, ha poi toccato il massimo, il 6,1%, nel 2022, guarda caso proprio l’anno del Superbonus e degli incentivi all’edilizia.
Se i Bonus edilizi hanno beneficiato una platea così ampia di proprietari, anche femminile, tutto bene, quindi? Insomma, mica tanto.
Questo tipo di investimento di risorse pubbliche è stato infatti un vero e proprio investimento sul patrimonio immobiliare delle famiglie, quindi un investimento nell’economia della rendita. donne e rendita immobiliare in Italia
Poiché, non si sa come mai, la coperta è sempre troppo corta per l’economia della crescita, non c’è stato, per contro, un impegno analogo in altri settori economici che magari avrebbero offerto maggiori opportunità di crescita e sviluppo del paese in termini di mercato del lavoro e di dinamismo economico e sociale.
Questo ha anche avuto un importante impatto di genere:
basti ricordare che nel settore edilizio lavorano 128 mila donne e 1,4 milioni di uomini (Eurostat, 2024). Questi ultimi hanno avuto quindi maggiori opportunità occupazionali grazie ai vari bonus edilizi, a differenza di altri settori come la sanità o la scuola, che, come vediamo tutti i giorni, sono in grande sofferenza e rispetto ai quali la pressione alla riduzione delle risorse è costante. Inutile ricordare, che si tratta di settori nei quali le donne lavorano molto di più che in altri: 1,3 milioni di donne sono infatti occupate nel settore socio-sanitario (contro 505 mila uomini) e 1,2 milioni nell’Istruzione (contro 372mila uomini) (Eurostat, 2024).donne e rendita immobiliare in Italia
Quindi, alla fine torniamo sempre lì: preferiamo essere un paese di rendita o un paese di crescita?
Diteci che ne pensate su info@ladynomics.it, aggiungeremo qui le vostre riflessioni!
[1] Una persona è considerata residente in un nucleo familiare sovraffollato se il nucleo familiare non dispone di un numero minimo di stanze pari a:
-
una stanza per la famiglia;
-
una stanza per ogni coppia in casa;
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una stanza per ogni persona singola di età pari o superiore a 18 anni;
-
una camera per coppia di persone single dello stesso sesso di età compresa tra 12 e 17 anni;
-
una camera per ogni persona singola di età compresa tra 12 e 17 anni e non compresa nella categoria precedente;
-
una camera per ogni coppia di bambini di età inferiore ai 12 anni.

