
È vero che è successo un po’ di tempo fa, un attimo prima dell’inizio del festival di Sanremo, in un momento di distrazione nazionale, ma alcune parti del Messico a febbraio per qualche giorno sono state in una situazione di semi guerra civile in seguito all’uccisione di Nemesio Oseguera Cervantes, detto “El Mencho”, che era a capo del cartello Jalisco Nueva Generación (CJNG).
El Mencho, efferato criminale, e come lui tanti altri narcotrafficanti, sono la facciata più visibile, più “virile” dei cartelli, quella su cui i media tendono a concentrarsi, dimenticandosi però che il successo e la longevità dei cartelli si reggono anche sul contributo delle donne e su solide economie di genere.
Anche se le donne hanno sempre lavorato per i cartelli, negli ultimi anni è aumentata la loro partecipazione alle attività criminali; questo aumento è dovuto in molti casi a una situazione socioeconomica talmente drammatica da far considerare i cartelli come un’alternativa possibile per una maggiore indipendenza economica o semplice sopravvivenza. Uno studio condotto sul cartello di Sinaloa ha evidenziato che la scelta di lavorare per i cartelli è determinata da fattori come l’essere madri single, le disparità educative, la violenza domestica, il divario salariale di genere e il femminicidio. In Messico, infatti, il divario di genere nei salari è al 20%, il tasso di povertà per le donne è 37% e il 66 % delle donne di 15+ anni ha dichiarato di essere stata vittima di una qualche forma di violenza nel corso della propria vita. Paradossalmente, lavorare per un’organizzazione violenta come i cartelli può far sentire al sicuro rispetto al rischio di essere vittime di violenza.
La coercizione gioca ovviamente un ruolo fondamentale per quanto riguarda la partecipazione delle donne alle attività dei cartelli; al di là delle singole circostanze, basta pensare che in Messico negli ultimi 70 anni sono scomparse più di 125.000 persone, molte delle quali in relazione alle attività criminali dei cartelli che spesso rapiscono (e poi uccidono) persone per farle lavorare per loro. Con l’inizio della guerra alla droga avviata dal governo, nel 2006, questo fenomeno si è acutizzato; infatti la maggior parte di queste 125.000 persone sono scomparse negli ultimi due decenni.
Le relazioni familiari, di sangue, o acquisite, sono un altro fattore che può determinare il reclutamento delle donne nelle attività dei cartelli; del Mencho si è parlato molto, meno si è parlato di sua moglie, Rosalinda González Valencia, chiamata “La Jefa” (la boss). La Jefa ricopre un notevole potere all’interno del cartello, non solo come “moglie di”, ma anche come appartenente alla famiglia Valencia, a sua volta radicata nelle operazioni finanziarie del CJNG.
Come osservato in The Conversation, se “ El Mencho rappresenta la faccia violenta del cartello, la moglie rappresenta invece la spina dorsale economica.”
Non solo, i cartelli sono un esempio di capitalismo in cui i legami familiari sono fondamentali e in cui “la famiglia non è solo sentimentale, ma strategica. In questi sistemi [… ] le mogli aiutano a mantenere i segreti del business in un ambiente in cui i tradimenti possono essere fatali.”
Tuttavia, una volta coinvolte nelle attività dei cartelli, per le donne si verifica quello che si vede nel mondo del lavoro “normale”: la leadership è praticamente sempre maschile, e le donne tendono a lavorare spesso come “mule” che trasportano droga o rubano auto, un’occupazione che permette loro di conciliare obblighi familiari e guadagno (sempre al lavoro di cura si torna!) in altri casi invece si occupano di riciclare denaro sporco. In molti casi, i cartelli le reclutano in ruoli di bassa manovalanza perché le donne sono considerate comunque più sacrificabili rispetto agli uomini.
Alcune donne all’interno dei cartelli lavorano anche come sicarie; essendo percepite come meno pericolose, hanno un accesso più facile alle loro vittime, per la maggior parte uomini. Le sicarie sottolineano di essere diverse dai colleghi uomini, sostenendo che non uccidono minori o persone innocenti. Anche le donne che arrivano a diventare capi di unità criminali riportano di distinguersi per una particolare attenzione nei confronti dei loro sottoposti: per paura di essere tradite si prendono cura delle loro sottoposte pagando “spese mediche, gli onorari degli avvocati e le spese funerarie; prestavano denaro per progetti di ristrutturazione della casa; offrivano protezione e supporto finanziario quando i loro dipendenti venivano derubati o coinvolti in litigi di quartiere; e li aiutavano a lottare per l’affidamento legale dei loro figli.”
Da un lato, le donne possono quindi, con vari livelli di libertà (o di mancanza di libertà) partecipare alle attività dei cartelli, e quindi perpetrare violenza, ma ne sono anche le vittime. In Messico si parla infatti di “narco-femminicidi” per far riferimento all’uso strategico della violenza e dei femminicidi per ” per far rispettare le norme sociali, mantenere il controllo e affermare il predominio in assenza – o persino con la complicità – dello Stato.” Nel 2020 i cartelli sono stati responsabili del 60% dei femminicidi in Messico, nella semi-indifferenza dello stato; infatti, il 90% dei femminicidi nel paese rimangono impuniti. La violenza serve a rafforzare i ruoli tradizionali di genere: spesso le donne “vengono punite per essere troppo visibili, indipendenti o ribelli all’ordine patriarcale imposto dai gruppi criminali.” La violenza contro le donne viene anche utilizzata nel momento in cui un cartello decide di espandersi in un nuovo territorio per scoraggiare qualsiasi tipo di opposizione.
Infine, come riportato in Partners in Crime: The Rise of Women in Mexico’s Illegal Groups, il reclutamento sistematico delle donne da parte dei cartelli ha rafforzato le organizzazioni criminali, che sono maggiormente radicate nelle comunità in cui operano.
Vi è anche un impatto negativo intergenerazionale significativo della partecipazione femminile alle attività criminali: se vengono incarcerate e sono madri, i loro figli e figlie, a meno di fattori protettivi, hanno maggiori probabilità di diventare criminali; anche in caso non siano incarcerate, vedere la propria madre guadagnare soldi e status con attività criminali può far venire la tentazione di intraprendere a propria volta una carriera criminale.
Decidere di smettere di lavorare per un cartello non è un’opzione particolarmente accessibile: a parte il rischio per la vita, ci vogliono soldi (che molte donne non hanno) per cambiare città, identità e costruirsi una vita in un luogo più sicuro.
Per arginare la partecipazione delle donne ad attività criminali è necessario lavorare sui fattori economici: ipotizzando che per la grande maggioranza delle donne lavorare per i cartelli sia la conseguenza di coercizione o comunque di disperazione, si tratta di contrastare la presenza dei cartelli sul territorio, ma anche lavorare sull’offrire a donne e ragazze migliori opportunità in termini di istruzione e occupazione. Lo studio di ICG sottolinea l’importanza di avviare – soprattutto nelle comunità colpite dalla violenza dei cartelli – programmi che permettano alle donne di acquisire competenze lavorative e di dedicarsi ad attività ricreative – che possono aiutarle ad acquisire un senso di valore e appartenenza”, come per esempio alcuni programmi realizzati in Colombia per reintegrare i/le ex appartenenti alla guerriglia.
Si tratta di una strada in salita, soprattutto nelle aree in cui i cartelli hanno più potere dello stato, ma vale la pena percorrerla.

