
Nelle ultime settimane le donne iraniane sono state molto visibili nell’ambito dell’attacco congiunto degli USA e di Israele: a inizio marzo è stata bombardata una scuola elementare femminile in cui sono morte circa 168 persone e la nazionale femminile di calcio iraniana ha prima fatto richiesta di asilo politico in Australia, per poi ritirarla a causa, pare, di minacce e pressioni sulle loro famiglie in Iran.
Questi due fatti sono simbolici della particolare vulnerabilità delle donne (ma anche delle minoranze di genere, etniche e sessuali) nei conflitti; una vulnerabilità che secondo le Nazioni Unite sta diventando sempre più profonda: “Nel 2023, la percentuale di donne uccise nei conflitti armati è raddoppiata rispetto al 2022. Quattro persone su dieci decedute a causa di conflitti nel 2023 erano donne.”
Questa disparità nelle morti è dovuta non solo al fatto che le donne possono morire in guerra come soldatesse, o come vittime civili di bombardamenti, ma anche al fatto che le conseguenze della guerra (interruzione di servizi sanitari, fuga forzata dal proprio paese, violenza sessuale, etc.) ne provocano la morte del medio-lungo periodo.
Siccome la guerra peggiora lo status economico di tutti, e considerato che in Iran la situazione per le donne è già molto critica, la guerra può solo inasprire queste difficoltà: non sole le iraniane vivono in una situazione di gender apartheid, ma il paese è regolarmente ai posti più bassi della classifica del Global Gender Gap del World Economic Forum (143esimo posto nel 2025 su 146 paesi) e per quanto riguarda la partecipazione economica delle donne il paese si colloca nelle ultime cinque posizioni per l’indice “Partecipazione economica e opportunità”, con un gap chiuso al 34,9%. Come riportato dal World Economic Forum, l’Iran e gli altri quattro paesi al fondo della classifica “sono caratterizzati da rapporti stimati di reddito percepito estremamente bassi, con le donne che accedono a meno di un terzo delle risorse economiche disponibili per gli uomini. [I dati] mostrano inoltre una parità di genere minima nelle posizioni lavorative di alto livello, con rapporti donne-uomini che non superano lo 0,4 e tassi di partecipazione alla forza lavoro che riflettono una parità tra donne e uomini inferiore alla metà.”
La guerra comporta anche un’interruzione dei servizi sociali e sanitari (quando ci sono) che supportano le donne e le ragazze; le Nazioni Unite e varie organizzazioni internazionali hanno ampiamente documentato l’effetto devastante dei bombardamenti israeliani su Gaza per quanto riguarda per esempio la salute riproduttiva delle donne.
Inoltre, nei conflitti armati i corpi delle donne e delle ragazze diventano estensione del campo di battaglia, dato il valore simbolico dei loro corpi come coloro che riproducono la comunità e ne incarnano l’onore; sempre le Nazioni Unite hanno riportato che i casi di violenza sessuale nell’ambito di conflitti armati è aumentata del 50%. Negli ultimi anni si è parlato per esempio della violenza sessuale utilizzata come strategia di guerra in Congo, Sudan, e degli stupri compiuti da Hamas durante l’attacco del 7 ottobre 2023 e poi sugli ostaggi israeliani.
La violenza sessuale non è infatti un semplice effetto collaterale dei conflitti armati, ma una vera e propria tattica militare, riconosciuta come tale dalle Nazioni Unite; i tribunali internazionali istituiti per perseguire i crimini commessi nell’ex Jugoslavia e in Ruanda sono stati tra i primi a perseguire la violenza sessuale come crimine di guerra.
Infine, lo status di donne e ragazze in determinati paesi viene anche utilizzato come giustificazione per interventi armati. Nel caso dell’Iran, Marie Ranjbar, professoressa alla University of Colorado, ha dichiarato: “E purtroppo, in questo momento, circolano discorsi secondo cui avremmo bisogno dell’esercito statunitense per salvare o liberare le donne; discorsi formulati spesso da persone che, nel prendere tali decisioni, possiedono una conoscenza assai scarsa della storia dell’Iran.
Tali individui non hanno certamente alcuna cognizione della storia dell’attivismo femminile iraniano e, di certo, non riflettono sul modo in cui la guerra e gli interventi militari possano, in realtà, restringere gli spazi della società civile e far regredire significativamente quei movimenti. Credo sia proprio questo il pericolo del momento attuale.”
Si tratta di un meccanismo già utilizzato per esempio dagli Stati Uniti per l’attacco dell’Afghanistan post 11 settembre: la condizione (peraltro pessima, come sappiamo) delle donne e delle ragazze nel paese è stata una delle giustificazioni fornite per l’attacco, quando fino ad allora nessuno si era preoccupato di quello che stava accadendo – e accade oggi – alle donne e alle ragazze sotto il regime dei Talebani.
La particolare vulnerabilità delle donne e delle ragazze nei conflitti dovrebbe tradursi in una maggiore presenza delle donne quando invece si tratta di negoziare la pace, ma invece solo il 9,6% dei negoziatori e delle negoziatrici nel 2023 erano donne, anche se quando le donne hanno una maggiore influenza nelle negoziazioni per la pace, e adottano prospettive femministe, si ottengono risultati migliori. Tra l’altro, i paesi con una maggiore parità di genere sono meno inclini a ricorrere alla violenza per risolvere i conflitti, aumentando così la sicurezza e stabilità politica.
La guerra rimane ancora oggi uno strumento di risoluzione dei conflitti di stampo patriarcale ed economico, strettamente legato, come per esempio nel caso di Putin e di Trump, a nozioni di mascolinità decisamente tradizionali e patriarcali, estremamente pericolose per tutto il mondo. A pagarne il prezzo sono, in pace come in guerra, sono, come al solito, le persone più marginalizzate e vulnerabili.

