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La maternità rappresenta un cambiamento enorme, un mestiere allo stesso tempo difficilissimo e bellissimo, che ci arricchisce da un lato, ma ci può anche impoverire dall’altro, rispetto al modo con cui gestiamo le risorse finanziarie e come veniamo percepite come lavoratrici.
Uno studio canadese ha infatti evidenziato come la maternità sposti le risorse finanziarie dalle madri ai figli/e
Sono i classici “sacrifici” che tutte conosciamo bene: da un lato le madri aspirano infatti ad una gestione oculata del denaro, con pratiche finanziarie e contabili “solide”, dall’altro il ruolo materno le fa sentire in dovere di usare le risorse maggiormente a favore dei figli e figlie, riducendo per contro le spese personali o i risparmi per il proprio futuro. Questo comportamento porta ovviamente ad una notevole pressione finanziaria sulle donne (che in generale guadagnano anche meno degli uomini) e aumenta così ulteriormente il divario finanziario. Inoltre, contribuisce ad aumentare il loro carico finanziario, emotivo e cognitivo, assumendosi anche la responsabilità del benessere familiare, spesso senza un adeguato supporto da parte dei servizi di welfare.
Una ricerca condotta in Gran Bretagna ha rilevato inoltre che “le madri provano sensi di colpa
per non essere all’altezza degli standard impossibili associati alle responsabilità di gestire le finanze familiari: interpretano infatti questo problema principalmente come una questione individuale, piuttosto che come un fallimento della società nel fornire un sostegno adeguato a loro e ai loro figli.”
È anche importante notare che i condizionamenti culturali fanno sì che si consideri normale che sia dallo stipendio delle donne che vengano dirottati i soldi verso i figli/e, come se queste dovessero compensare con le loro risorse economiche il fatto che non stanno a casa ad occuparsi dei figli e delle figlie. In una dimensione realmente paritaria le risorse economiche per la prole dovrebbero invece “uscire” dagli stipendi combinati della coppia.
Più responsabilità, meno soldi nel portafogli delle madri
L’associazione tra il lavoro domestico e di cura non pagato e le donne è evidente persino quando entrambi i partner lavorano e percepiscono redditi simili: dati americani, che riguardano le coppie mostche “i mariti trrano ascorrono circa 3,5 ore in più a settimana in attività ricreative rispetto alle mogli. Le mogli in questi matrimoni dedicano circa 2 ore in più a settimana alla cura dei figli rispetto ai mariti e circa 2,5 ore in più alle faccende domestiche.” In Italia non è poi molto diverso. Un dato interessante è che poi
va ancora peggio nei matrimoni in cui le mogli percepiscono un reddito maggiore degli uomini
in tal caso “il tempo libero dei mariti aumenta significativamente (rispetto ai matrimoni egualitari), mentre il tempo che dedicano alla cura dei figli e alle faccende domestiche rimane pressoché invariato.” Il solo caso in cui la quantità di tempo che i mariti dedicano alla cura dei figli e alle faccende domestiche aumenta, ma solo leggermente, è il caso in cui le mogli siano le sole a lavorare. Almeno questo, eh!
Più responsabilità familiari e quindi più carico mentale comporta però per le donne avere meno tempo per aggiornarsi, per cercare un nuovo lavoro, per lavorare a una promozione, o anche solo pianificare il proprio il futuro finanziario;
infatti, anche se uno studio di UBS ha rilevato che l’85% delle donne si occupano delle spese familiari di tutti i giorni, e quindi detengono un certo potere economico all’interno della famiglia, solo il 23% prende poi le decisioni finanziarie più importanti con un impatto sulla situazione finanziaria a lungo termine come, per esempio, investimenti e mutui. Questo succede anche perché si tratta di decisioni complesse che richiedono tempo, che le donne e le madri non sempre hanno. Fortunatamente la tendenza all’interno delle famiglie va sempre di più in direzione della condivisione delle decisioni finanziarie più importanti.
Quando il portafogli delle madri soffre anche sul lavoro
Anche sul lavoro non è che sia proprio un trionfo di opportunità per le madri ed il loro portafoglio, tanto che si parla della temuta motherhood penalty (a volte chiamata anche child penalty) vale a dire la penalizzazione delle donne sul posto di lavoro una volta che diventano madri. Questa penalizzazione assume diverse forme, ma se consideriamo solo l’impatto sul reddito, la motherhood penalty si traduce per le donne italiane in:
- -57% di crescita salariale: a 15 anni dalla nascita di un figlio, i salari annuali delle madri crescono in media il 57% in meno rispetto a quelli delle donne senza figli.
- -40% di guadagni annuali: anche dopo anni dal parto, i guadagni medi delle madri sono circa il 40% inferiori rispetto a quelli delle donne senza figli.
Questa perdita a livello di reddito è dovuta al fatto che le madri hanno maggiori probabilità di lasciare il lavoro per alcuni periodi per obblighi legati alla cura, ricorrono maggiormente al part time, e tendono ad accettare contratti flessibili ma meno pagati, quando non lasciano il lavoro del tutto: dati italiani del 2022 che l’occupazione delle donne arriva a un massimo del 67% per le donne che non hanno figli, e scende di più di dieci punti percentuali per le donne che hanno due figli.
Guadagnare meno o non guadagnare affatto condiziona di conseguenza le scelte finanziarie delle madri nel lungo periodo e intacca anche il loro portafogli da anziane, in termini di pensioni basse e quindi maggiore rischio di povertà.
Ovviamente, se ci fosse ancora bisogno di dirlo, questa penalizzazione delle madri è totalmente ingiustificata
la ricerca in materia ha osservato che le madri di due o più figli sono in generale più produttive rispetto alle donne con un solo figlio o senza figli in tutte le fasi della carriera, e, contrariamente allo stereotipo secondo cui le madri sarebbero meno dedite al lavoro, sono in media più coinvolte e lavorano con maggiore intensità rispetto ai padri lavoratori.
A questo punto è chiaro che il portafoglio delle madri, sia in casa che al lavoro, ne esce sempre piuttosto malconcio,
con il paradosso di dovere anche subire il martellamento mediatico sull’importanza di fare figlie/e a beneficio della collettività, senza contare come a livello culturale si sta affermando come ideale un modello di genitorialità intensiva che “considera l’essere genitore (in particolare madre) come un compito estremamente laborioso, sia sul piano emozionale, sia su quello dell’investimento di tempo e risorse economiche”.
Aggiungiamo al mix l’iperconsumismo e i social media ed è sempre più evidente che fare figli/e si traduce in un beneficio per la società, certo, ma in un costo troppo elevato – monetario e non – per le madri e le famiglie.
Cambiamenti culturali quali una maggiore uguaglianza di genere, una condivisione equa del lavoro domestico di cura non pagato, e provvedimenti ad hoc come congedi di paternità lunghi e ben pagati, adeguati servizi di assistenza all’infanzia potrebbero però far sì che la maternità non impoverisca le madri.
Diventare madri non deve rendere le donne una categoria a parte, essenzialmente differente dalle altre donne e dalle altre persone. Al contrario, anche madri hanno il diritto a partecipare alla vita economica e sociale senza dover svolgere la funzione di ammortizzatori sociali.

