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Solo la cura (del pianeta e delle persone) ci salverà

di Federica Gentile | 25 Ottobre 2022

La situazione decisamente  non è rosea. Ormai viviamo in un succedersi di crisi, ed è evidente che il sistema economico che abbiamo messo in piedi, basato su una logica estrattiva, che prende solo dalla natura e dalle persone, è responsabile per la situazione del pianeta e per la crescente disuguaglianza economica. Abbiamo bisogno di uno sforzo di immaginazione, e di un paradigma economico diverso, che metta al centro le persone ed il loro benessere, e non la massimizzazione dei profitti.

Questo sforzo l’ha fatto per noi il Women’s Budget Group, organizzazione che ammiriamo molto, e che ha recentemente pubblicato il report “Sustainable lifestyle changes for a green and caring economy” per un’ economia non austera, fatta di rinunce e di sacrifici, ma di “condivisione ed abbondanza”. Un’economia verde, un’economia che si propone di consumare meno, e di soddisfare i bisogni di tutt* con servizi adeguati, che ci permetta di lavorare meno senza rischiare l’insicurezza finanziaria e trascorrere più tempo con le proprie famiglie e comunità.

Non si tratta di magia, ma di avere un piano. Il WBG fa delle proposte che riguardano il Regno Unito ma sono applicabili altrove, partendo dal tema dell’energia:

le economiste femministe propongono un sistema energetico democratico che implica il passaggio alle energie rinnovabili, ma anche la riduzione della domanda di energia. Non è necessario fare sacrifici disumani: il report rileva che è possibile ridurre la domanda globale di energia del 60% entro il 2050, a patto che nel Nord del mondo si consumi meno.

Tra i provvedimenti citati dal WGB ci sono la riduzione delle emissioni di industrie molto inquinanti come per esempio il settore tessile e quello delle costruzioni e renderli più verdi. Abbiamo parlato più volte (qui, qui , e qui dei problemi della fast fashion in termini di impatto ambientale; il WGB propone da un lato di cambiare i metodi di produzione del settore con l’utilizzo di materiali sostenibili e riciclati, maggiore trasparenza della supply chain, rispetto dell’ambiente e tutela dei diritti di lavoratori e lavoratrici. Dall’altro lato, è  anche necessaria un’opera di sensibilizzazione ad un minore e migliore consumo di abiti da parte dei consumatori. Il report si sofferma anche sul settore della salute, il cui impatto dal punto di vista ambientale è  relativamente basso, infatti “in media, i lavori sanitari e assistenziali sono 26 volte meno ad alta intensità di emissioni rispetto ai lavori manifatturieri, oltre 200 volte meno intensivi dei lavori agricoli e quasi 1.500 volte meno intensivi di posti di lavoro nel settore petrolifero e del gas.” Tuttavia, il WGB propone di nazionalizzare i servizi per la salute laddove la privatizzazione abbia comportato un servizio peggiore, e di renderli più sostenibili con un utilizzo minore di risorse.

Cambiamenti sistemici, di vasta portata, possono’rendere più facile il cambiamento di comportamenti individuali che minimizzino il nostro impatto sull’ambiente.

Tuttavia, il WGB evidenzia come sia necessario tenere presente le differenze di genere “in termini di tempo, necessità e priorità” e come sia necessario un approccio partecipativo nei processi decisionali.

Dobbiamo cambiare come ci muoviamo:

per disincentivare l’uso delle macchine si deve investire nelle reti di trasporto pubblico, che tengano presente il fatto che vi sono differenze di genere nel modo in cui ci si muove, e che in generale “le donne, le persone appartenenti a minoranze etniche, persone disabili e con redditi bassi hanno meno probabilità di possedere un’auto”. Il trasporto aereo è una notevole fonte di emissioni: un modo per disincentivarlo sarebbe attraverso un prelievo per persone che volano frequentemente che aumenti progressivamente con il numero di voli. Siccome almeno in UK, la maggior parte della popolazione non vola mai in un anno, si tratta di un provvedimento che colpirebbe soprattutto le persone più ricche che viaggiano più spesso in aereo.

Dobbiamo cambiare il modo in cui mangiamo:

innanzitutto si tratta di garantire l’accesso a cibo sano e nutriente a tutt*, di incentivare l’adozione di una dieta meno basata su carne e latticini – la cui produzione è inquinante e migliorare i diritti di coloro che lavorano nel settore agricolo. Non solo, secondo il report: “un sistema alimentare riformato potrebbe anche creare nuovi posti di lavoro nell’ambito della preparazione del cibo. Senza questi nuovi posti di lavoro e le riforme della settimana lavorativa l’aumento del lavoro necessario per l’acquisto e la preparazione di cibo sano e locale potrebbero ricadere sulle donne, esacerbando le disuguaglianze esistenti in termini di lavoro non retribuito.”

Dobbiamo cambiare il modo in cui lavoriamo:

si tratta di lavorare meno e di lavorare meglio, pagando meglio e tutelando soprattutto quei lavori in settori quali la salute, l’assistenza, l’istruzione e i servizi di ristorazione. In tutti i settori sarebbe necessario combattere la segregazione per genere e la discriminazione garantendo “pari accesso alle opportunità di lavoro e condizioni retributive dignitose garantite per tutti i lavoratori e lavoratrici.” Un’attenzione particolare va posta sull’effetto eventuale di orari di lavoro ridotti che possono ridurre i divari di genere nel lavoro retribuito e non retribuito e migliorare in generale il benessere delle persone. Per esempio, uno studio ha dimostrato che “l’introduzione di una settimana di quattro giorni senza perdita di stipendio potrebbe ridurre l’impronta ecologica del Regno Unito di 127 milioni di tonnellate all’anno entro il 2025, equivalenti ad eliminare 27 milioni di auto.”

Dobbiamo cambiare il modo in cui ci prendiamo cura delle persone:

Esiste un deficit della cura, per cui la domanda di cura non è soddisfatta; la creazione di posti di lavoro nel settore della cura non solo aumenterebbe l’occupazione (soprattutto femminile), ma ridurrebbe il carico di cura in soprattutto delle donne, che sono sovrarappresentate tra i caregiver non pagati. Si tratta anche di intervenire per diminuire il costo dei servizi dell’assistenza all’infanzia: uno studio recente ha rilevato che i genitori si trovano a dover spendere circa 2/3 del loro salario per pagare gli asili nido.

La pandemia ha dimostrato che volenti e nolenti si può e ci si deve riorganizzare in fretta per affrontare il momento storico in cui viviamo. Viviamo immersi in narrative dominanti per cui determinate cose non si possono fare perchè si è sempre fatto in un altro modo. Si tratta di mettere al centro dell’economia non l’adozione di misure eccessivamente restrittive che rischiano poi di colpire le persone più vulnerabili, ma di mettere al centro la cura delle persone e dell’ambiente. Si tratta di dare il giusto valore alle cose, includendo nel loro costo i costi in termini di risorse naturali. È ora di dare il giusto valore al lavoro. È ora di scrivere una storia diversa, lo dobbiamo a noi stess* e alle generazioni future.

Foto: Henry Be