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Quote di genere: a volte ritornano

di Federica Gentile | 13 Giugno 2022


La settimana scorsa il Consiglio dell’Unione Europea e i negoziatori del Parlamento europeo si sono finalmente accordati per una legge che migliori l’equilibrio di genere nei CdA, dopo un decennio di blocco al Consiglio d’Europa:

è proprio il caso di dire “a volte ritornano!”.

Secondo l’ipotesi di legge europea il 40 % dei membri dei consigli di amministrazione che non abbiano incarichi esecutivi devono essere composti dal genere meno rappresentato oppure il genere sottorapresentato dovrà avere almeno il 33 per cento di tutti gli incarichi esecutivi e non del consiglio, compresi dunque i ruoli dirigenziali come presidente del consiglio di amministrazione. Che poi, è il segreto di Pulcinella, il genere meno rappresentato la maggior parte delle volte riguarda le donne, per questo spesso le quote di genere sono anche chiamate “quote rosa”.

La scadenza entro la quale soddisfare questa condizione è il 2026, e non riguarderà piccole e medie imprese fino a 249 impiegati/e.

Le legge si spera porrà rimedio alla situazione nell’Unione Europea, in cui sono donne solo il 30,6% dei membri del consiglio delle più grandi società quotate in borsa, con una situazione peraltro molto disomogenea tra stati: la Francia arriva 45,3%, l’Italia al 41%, Cipro all’8,5%.

Si tratta, finalmente, di una buona notizia, che è anche il risultato dell’impegno pluriennale dei movimenti femministi e femminili anche su questo fronte.

Uno per tutti, NoiReteDonne, la cui promotrice Daniela Carlà, Direttrice Generale del Ministero del Lavoro, ci racconta il ruolo di advocacy svolto ad esempio da questa rete: “Salutiamo con particolare favore l’accordo politico per sbloccare questa direttiva, per la quale abbiamo lavorato molto, scrivendo alle istituzioni comunitarie e avanzando suggerimenti concreti di miglioramento rispetto alla proposta della Commissione UE. Abbiamo anche inviato formalmente le nostre proposte alla Conferenza sul futuro dell’Europa. Ora intendiamo avviare una riflessione collettiva per consolidare la normativa italiana, che deve ancora essere perfezionata e allineata con il quadro normativo comunitario”.

Dopo dieci anni, l’Unione Europea ha infine colto lo spirito del tempo, anche grazie al confronto con il movimentismo civico europeo delle donne.

Tutto a posto, quindi? Non ancora, il dibattito sulle quote di genere è ancora aperto.

Prima che si levino le lamentazioni su “e allora il merito?” anticipiamo il senso reale di questa norma: la logica delle quote di genere non è che si prenda una donna (o uomo, a seconda dei casi) sempre e comunque anche se incompetente, ma che ci si assicuri di avere un pool di candidati/e equilibrato rispetto al genere – e se questo non accade, ci si facciano delle domande – e che poi a parità di merito si cerchi di scegliere una persona che appartenga la genere sottorapresentato.

Tra l’altro, ci sono molti vantaggi associati alle quote di genere

di cui abbiamo parlato diffusamente nell’ Audizione al Senato di Ladynomics e Noidonne sul DL 1785 ma ne citiamo uno su tutti: una ricerca australiana basata su 200 aziende quotate in borsa per 6 anni, quindi su 1.200 bilanci, che ha mostrato che le società che nominano Amministratrici delegate, o che aumentano del 10% le componenti del CDA o del management aumentano il valore azionario delle loro tra il 5% e il 6,6%. Inoltre, con una presenza delle donne pari al 40% un aumento di un punto percentuale della presenza delle donne in CDA porta ad un miglioramento del Roa (Return on assetts) di poco più di un punto percentuale.
Parliamo anche del fatto, che, almeno nell’ambito politico, ma non si vede come questo non possa succedere anche nell’ambito economico, un aumento delle donne al potere porta anche al miniglioramento della leadership nel suo insieme.

In conclusione, le quote di genere, per quanto discusse e vituperate da molti e molte, sono uno strumento che funziona e che permette alle donne di accedere a posizioni di potere

dalle quali sono state tradizionalmente e sistematicamente escluse, cercando di promuovere un cambiamento culturale per cui diventi finalmente normale vedere donne al potere. Sono LA soluzione a tutti i mali del patriarcato? No, ma sono un correttivo che oltre a contribuire ad ovviare ad una situazione di ingiustizia, porta vantaggi all’economia e alla società.

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