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I vantaggi delle quote di genere? L’audizione di Ladynomics e Noidonne al Senato sul DL 1785

di Giovanna Badalassi | 30 Aprile 2021

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E’ un anno molto interessante per Ladynomics. Dopo l’audizione di febbraio sul PNRR alla Commissione Bilancio e Affari Sociali alla Camera dei Deputati, ieri siamo state invece audite, assieme a Noidonne.org, alla Commissione Affari Istituzionali del Senato a proposito del DL 1785 sull’equilibrio di genere nelle cariche pubbliche. E se vi pare che non sia il momento di parlare di nomine, è perchè non vi siete ancora rese conto di quanto la qualità della nostra classe dirigente, anche quella femminile, sarà determinante per il successo del PNRR e per la ripresa del paese. Lo abbiamo spiegato nella nostra nota che abbiamo presentato e che vi riproponiamo qui:

Gentili Presidente e Onorevoli Senatrici e senatori,

a nome di Noidonne, storico periodico di politica delle donne, e di Ladynomics, sito di ricercatrici di economia e di politica di genere, vi ringrazio per l’invito a presentare le nostre idee sul Disegno di Legge Nr. 1785. Molte indicazioni che condividiamo, sono già emerse nelle audizioni che ci hanno preceduto, da parte di autorevoli costituzionalisti e professionisti/e, con importanti contributi tecnici e giuridici, tra i quali ricordiamo quelli del network di Noi Rete Donne del quale facciamo parte.

Oggi vorremmo quindi offrire il nostro contributo con una chiave di lettura diversa, concentrandoci sui vantaggi per il sistema che questa proposta di legge può apportare, sia in termini assoluti che rispetto all’attuale contingenza storica, politica ed economica del momento che stiamo vivendo.

Le quote di genere sono riconosciute a livello internazionale da parecchio tempo, eppure sono ancora molto controverse e criticate

Nonostante la Convenzione sull’e­liminazione di ogni forma di discrimina­zione nei confronti della donna, che risale al 1979 (1985 in Italia), la Quarta Conferenza Mondiale di Pechino del 1995, i Trattati Europei e la nostra stessa Costituzione, le quote di genere sono ancora oggi oggetto di molte critiche e resistenze, anche da parte di molte donne. L’obiezione più frequente è quella relativa al merito: non conta il genere ma l’importante è essere bravi. Eppure il merito delle donne stenta ad essere riconosciuto nonostante sia già stato misurato anche in termini economici da innumerevoli, autorevoli ed approfondite ricerche sia nazionali che internazionali. Tra tutte, citiamo una ricerca australiana, molto ampia, basata sull’analisi di 200 aziende quotate in borsa per 6 anni, quindi su 1.200 bilanci, che ha mostrato che le società che nominano Amministratrici delegate, o che aumentano del 10% le componenti del CDA o del management  aumentano il valore azionario delle loro tra il 5% e il 6,6%. Quale azienda rinuncerebbe all’opportunità di aumentare il proprio valore azionario del 5% a costo zero e non promuoverebbe quindi donne in massa? In realtà vi rinuncia la stragrande maggioranza, e abbiamo bisogno di quote di genere e di una legge come la Golfo-Mosca. C’è quindi un bias di genere, un pregiudizio di sistema così forte che va persino contro la convenienza economica. La realtà che vediamo è quella di donne che quando sono realmente misurate per merito come a scuola e all’Università hanno eccellenti risultati, si laureano di più del 50%, prima e con voti migliori, poi quando devono essere selezionate per ruoli di leadership paiono improvvisamente inadeguate, anche se le poche che riescono ad accedere a cariche di potere portano indubbi e misurati vantaggi economici e, come vedremo, anche politici. E’ evidente che c’è qualcosa che non va nelle regole del gioco e tocca quindi cambiarle con le quote di genere

Le quote di genere sono invece indispensabili al sistema perché migliorano il livello della classe dirigente

Quando si parla di quote di genere si richiama sempre la discriminazione delle donne dalla prospettiva individuale di lavoratrici danneggiate nelle loro legittime aspirazioni di carriera, ed in effetti la non discriminazione di genere è un diritto costituzionalmente riconosciuto.

E’ importante però adottare anche una prospettiva collettiva rispetto a questo tema e riferirsi alla necessità per il nostro paese di selezionare una classe dirigente migliore. Avere più donne nella classe dirigente di un sistema, sia economico che pubblico, porta infatti a significativi vantaggi collettivi. Anche in questi casi innumerevoli contributi di ricerca hanno già dimostrato come in ambito pubblico, quando le classi dirigenti di un paese sono equilibrate nella presenza di donne (e soprattutto se non sono cooptate dagli uomini) si ottengono numerosi benefici che qui sintetizziamo:

Diminuiscono le diseguaglianze grazie ad un maggiore impegno delle donne nel sociale.

Nelle istituzioni dove ci sono più donne elette o nominate ci sono più politiche di carattere democratico/progressista quali ad esempio più diritti civili, parità sociale, meno diseguaglianza in generale e, nello specifico, più iniziative a favore delle donne e delle loro famiglie e figli/e quali ad esempio la parità salariale, il contrasto alla violenza contro le donne, politiche per la famiglia. A livello italiano nelle regioni dove vi sono più donne elette nelle amministrazioni comunali vi è anche una spesa pro-capite per i servizi socio-assistenziali più elevata.

Migliora la salute di tutte/e e si abbassa il tasso di mortalità

In Canada ad esempio hanno trovato una relazione diretta tra l’incremento delle amministratrici locali dal 4,2% al 25,9% in una trentina d’anni e la diminuzione del tasso di mortalità del 37,5%, un miglioramento che ha interessato soprattutto gli uomini che, si sa, hanno tassi di mortalità peggiori di quelli delle donne. Le donne in politica, sia di destra che di sinistra, hanno infatti migliorato sensibilmente l’azione politica nelle quattro aree di intervento che riducono la mortalità: la cura medica, la prevenzione,  i servizi sociali e l’istruzione superiore.

Si litiga di meno e si produce di più  (minore conflittualità e maggiore efficienza)

Secondo uno studio condotto in 188 paesi nel periodo tra il 1950 e il 2004 e su 1.338 leader nazionali nei paesi più conflittuali per contrasti multietnici le leader donne hanno garantito una crescita del PIL mediamente superiore del 6,6% rispetto ai leader uomini. Le donne sono risultate essere leader migliori soprattutto nelle situazioni di elevata tensione sociale grazie alle loro capacità di mediazione, di inclusione e di pacificazione.

Maggiore collaborazione in politica (anche in un’ottica bipartisan) e maggiore capacità di conseguire risultati politici

Le ricerche confermano che le donne in politica sono più capaci di lavorare in modo collaborativo con i colleghi/e, anche di altri partiti, hanno uno stile di leadership più democratico e meno autoritario degli uomini, sono più efficaci nel costruire alleanze e aggregare consenso. Una ricerca statunitense ha dimostrato che le elette al Congresso riescono mediamente a far arrivare ogni anno ai loro distretti il 9% di fondi federali in più rispetto agli uomini e a far approvare il doppio delle leggi. I risultati della loro attività legislativa sono inoltre migliori del 10% rispetto ai colleghi uomini in termini di capacità di costruire coalizioni, mediare negli accordi per approvare le leggi, sapersi orientare nelle complessità dell’agenda politica.

Minore corruzione

Uno studio di Transparency International ha sintetizzato quattro punti sui quali convergono i risultati delle maggior ricerche internazionali secondo le quali le donne sono meno corrotte degli uomini nella vita pubblica e politica, tollerano meno la corruzione degli uomini, hanno un livello di percezione della corruzione più alto di quello degli uomini, hanno meno esperienza di corruzione degli uomini nella vita privata. Mettendo a confronto per il 2017 l’Indice di corruzione percepita di TransparencyInternazional e il Global Gender Gap Report per i 31 paesi del continente europeo, si può osservare una relazione diretta tra basso livello di corruzione percepita e parità di genere.

Maggiore livello di democrazia

Incrociando l’Indice di democrazia (Democracy Index, 2019) dell’Economist, (che misura il processo elettorale e il pluralismo, il funzionamento del Governo, la partecipazione politica, la cultura politica e le libertà civili) ancora con il Global Gender Gap Report, (2020) del World Economic Forum, si osserva come i primi 22 paesi che hanno raggiunto una piena democrazia hanno anche chiuso il gender gap per il 77,3%, il livello più alto. All’estremo opposto le nazioni con un regime autoritario (39 paesi) sono rimaste ferme al 66%. Tra i 22 paesi in piena democrazia ci sono paesi campioni anche di parità di genere, come la Norvegia e l’Islanda; l’Italia è invece nel gruppo delle democrazie imperfette, al 48esimo posto, affiancato da un 76esimo posto nella classifica del Gender Gap

Quote di genere

Le quote di genere sono indispensabili per la ripresa economica dopo la pandemia Covid

Il Recovery Fund penalizza di fatto le donne, avendo la UE riservato il 57% delle risorse alla transizione ecologica e alla digitalizzazione, settori fortemente connotati da occupazione maschile. Questa evidenza abbinata alle proteste dei movimenti femminili e femministi ha aumentato la consapevolezza del problema della condizione femminile in Italia che ha portato all’impegno a farvi fronte da parte del Governo nell’ambito del PNRR, già nella versione provvisoria del 12 gennaio, si spera anche in quella definitiva che sarà presentata a giorni.

Se la parità e il progresso della condizione femminile sarà quindi un obiettivo politico strategico del PNRR, occorre che anche la classe dirigente che lo governa sia paritaria, per poter appunto inserire nel PNRR la diversity e la prospettiva di genere indispensabili per ottenere un simile risultato.

In questo senso il Disegno di legge 1785 è particolarmente urgente in questo momento, dal momento che le nomine negli organi costituzionali, nelle autorità indipendenti, negli organi delle società controllate da società a controllo pubblico e nei comitati di consulenza del Governo saranno protagoniste nella realizzazione del PNRR e nella ripresa economica del paese, un ruolo che sarà decisivo anche in considerazione dell’impatto a medio e lungo termine dei provvedimenti.

Le quote di genere in questo ambito sono quindi indispensabili per tutti i vantaggi che la leadership femminile produce che abbiamo appena citato e soprattutto alla luce dei numerosi casi di “distrazione di genere” che si sono manifestati nelle ultime nomine legate all’emergenza Covid in ogni ambito, sia in campo sanitario (pensiamo al CTS) che economico (ricordiamo le note vicende delle Task Force governative e consultive).

La riforma giudiziaria è inoltre uno dei prerequisiti del PNRR, le società a controllo pubblico avranno un ruolo importante nell’attuazione dei progetti finanziati così come i comitati di consulenza del Governo e le autorità indipendenti. Tra queste citiamo in particolare l’Autorità Nazionale Anticorruzione, tema fondamentale per il PNRR e al quale, come abbiamo visto, le donne possono contribuire in modo importante.

E, nonostante i dubbi giuridici, in linea di principio siamo favorevoli anche alle quote di genere nella Corte Costituzionale. La crisi Covid ha avuto, sta avendo ed avrà un impatto travolgente sulle nostre vite ma anche sul nostro paese e la nostra democrazia: nuove regole di convivenza andranno riviste nella nostra società, nuovi principi e valori dovranno farsi strada. In tutto questo la Costituzione sarà un punto di riferimento fondamentale che andrà reinterpretata e attuata giorno per giorno per fare fronte alle sfide di civile e democratica convivenza che dovremo affrontare. Lo sguardo delle donne, che rappresentano più della metà dell’elettorato e dunque più della metà della nostra democrazia, dovrà quindi essere ben presente, articolato e incisivo.

Grazie quindi per averci dato l’opportunità di esprimerci su questo disegno di legge; ne seguiremo con attenzione gli sviluppi parlamentari, auspicandone una rapida e piena attuazione

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