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Il lavoro di cura vale 10,8 trillioni di dollari

di Federica Gentile | 23 Gennaio 2020

Anche il capitalismo dipende dal lavoro domestico
Center for the Study of Political Graphics

Come ogni anno i ricchi e potenti, e anche qualcuno che cerca di far ragionare i ricchi e potenti si sono riuniti a Davos per discutere il destino del mondo. Giustamente si sono presi una ripassata dai giovani attivisti per l’ambiente, come Autumn Peltier e Greta Thunberg, ma per il resto continuano a scorrere fiumi di parole concludendo pochino.

Non ci deve però sfuggire l’ultimo rapporto di Oxfam sulla disuguaglianza e l’economia della cura, Time to Care, pubblicato proprio in occasione di Davos. Infatti, sempre lì casca l’asino, sul lavoro di cura, ovvero chi cambia pannolini e spazza il pavimento?

Mentre i big della terra appunto si parlano tra di loro a Davos, preoccupati per il futuro del pianeta dopo aver allegramente preso voli privati (1.500 nel 2019), nel frattempo il valore del lavoro di cura non pagato svolto per la stragrande maggioranza da donne, e in particolare da donne povere, è arrivato a valere 10,8 trillioni di dollari, ovvero 3 volte tanto il valore di tutto il settore tecnologico. Questo vale un lavoro faticoso, spesso invisibile (il PIL non include il lavoro domestico) e che per di più viene appioppato sulle spalle delle donne a fronte di una loro supposta maggiore propensione biologica per il lavoro di cura e le pulizie.

Come scrivevamo nel post Quando il capitalismo dava la caccia alle streghe, il lavoro di Silvia Federici ci aiuta a capire bene com’è che siamo finite qui, andando indietro fino ai tempi della caccia alle streghe in Europa.

Infatti, secondo la Federici, il terrore scatenato dalla caccia alle streghe ha funzionato molto bene per imporre a tutte le donne dell’epoca, con strascichi fino al presente, un nuovo modello di femminilità che richiede alle donne, per essere socialmente accettate, di essere obbedienti, sottomesse all’uomo e di limitarsi ad una sfera di attività che il capitalismo ha sistematicamente svalutato, dato che il lavoro di cura non è considerato “vero” lavoro.

Ora, fatevi una domanda: che sarebbe dell’economia produttiva – quella che produce beni e servizi – senza il lavoro di riproduzione sociale svolto gratis principalmente dalle donne?

La risposta è semplice: senza il lavoro domestico e di cura che fa nascere, crescere, nutre e cura gratis o comunque a poco prezzo lavoratori e lavoratrici, l’economia – quella “vera” – non funzionerebbe. Senza lavoro di riproduzione svolto gratis, e senza lavoro svolto a poco prezzo – pensiamo a chi cuce i nostri vestiti per 100 dollari al mese – non sarebbe possibile l’enorme accumulazione di ricchezza nelle mani di pochi, come sta succedendo negli ultimi anni. Secondo dati riportati da Oxfam, 2000 miliardari controllano più ricchezza del 60% della popolazione mondiale, che conta 4,6 miliardi di individui.

Quindi, come ci fanno notare a Oxfam, quando guardiamo le classifiche dei grandi ricchi del pianeta – che sono per la stragrande maggioranza uomini e bianchi – ricordiamoci che la loro ricchezza è accumulata grazie allo sfruttamento sistematico del lavoro domestico e di cura svolto da donne in tutto il mondo: “[…] è questa base di lavoro non pagato svolto dalle donne più povere a generare un’enorme ricchezza per l’economia”. Max Lawson su Vatican News mette il dito nella piaga e dichiara serenamente che i super miliardari (e molti sono a Davos) sono dannosi: “i miliardari non sono parte della soluzione, sono parte del problema, sono il segnale di un’economia malata che non funziona, e il mondo starebbe molto meglio senza di loro.”

Da notare inoltre che non si tratta in molti casi di self-made men, siccome almeno un terzo dei miliardari lo sono perchè hanno ereditato. Già l’anno scorso il giornalista olandese Rutger Bregman aveva detto proprio a Davos che sarebbe meglio smettere di parlare di uguaglianza, giustizia e filantropia, e parlare del fatto che i super ricchi non pagano le tasse che devono, grazie se non a pura e semplice evasione, all’elusione fiscale. (Ne abbiamo scritto nel post Giustizia fiscale e femminismo, ovvero se le multinazionali pagassero le tasse.)

Oxfam peraltro ha fatto i conti di cosa si potrebbe fare tassando dello 0,5% in più la ricchezza dell’1% dei più ricchi del pianeta nell’arco di 10 anni, e si potrebbe per esempio creare 117 milioni di posti di lavoro nell’istruzione, nel settore sanitario e nella cura degli anziani. Son cose.

Quindi, oltre che ad un sistema economico globale estremamente ingiusto, ci troviamo di fronte ad un’economia anche profondamente sessista –ed infatti il capitalismo ha contato fin dall’inizio su una distribuzione di ruoli di genere ben precisi: donne a casa a lavorare gratis, uomini fuori a lavorare in fabbrica. Di conseguenza, l’enorme accumulazione di ricchezza nelle mani di pochi e lo sfruttamento del lavoro di cura di molte non sono “errori” da correggere ma sono piuttosto elementi portanti del sistema economico attuale.

Ma, come osservano a Oxfam, se i governi ci si mettono – e se noi cittadini/e facciamo in modo che ci si mettano – un altro mondo è possibile, e l’economia femminista, insieme al lavoro di attivisti/e propone un sistema di quattro “R” per ovviare all’ingiustizia economica e di genere, che vanno di pari passo:

1) Riconoscere il lavoro di cura non pagato o pagato poco, come un lavoro “vero”;

2) Ridurre il numero totale delle ore di lavoro di cura grazie a infrastrutture della cura;

3) Redistribuire il lavoro di cura non pagato in modo più equo nell’ambito familiare;

4) Rappresentare i caregivers più marginalizzati e assicurarsi che abbiano una voce nell’elaborazione di politiche, servizi e sistemi che hanno impatto sulle loro vite.

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