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Il reddito minimo è una questione femminista

di Federica Gentile | 22 Marzo 2021

Il reddito di cittadinanza in Italia non è andato benissimo, questo lo sappiamo, e purtroppo è stato percepito da tanti e tante che lavorano in nero. Detto questo, non è il caso di abbandonare l’esperimento, ma al contrario di riformarlo, cosa a cui sta lavorando il Comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza (Rdc), presieduto da Chiara Saraceno. Ci troviamo infatti di fronte ad un drammatico aumento della povertà nel nostro paese, a cui bisogna porre rimedio: dati recenti dell’ISTAT

riportano che nel 2020 abbiamo 335.000 famiglie in più in povertà assoluta rispetto al 2019, con la povertà assoluta in crescita, fino a raggiungere il valore più elevato dal 2005; passando dal 6,4% del 2019 al 7,7% del 2020 per le famiglie, e con un aumento dal 7,7% al 9,4% per gli individui.

Se si guarda all’estero, le sperimentazioni di reddito minimo offrono risultati incoraggianti: recentemente la città di Stockton, in California, ha offerto a 125 residenti 500 dollari al mese per due anni. I 125 residenti erano tutte persone con un reddito basso.

I risultati sono stati molto incoraggianti: a febbraio del 2019, solo il 28% di coloro che ricevevano i 500 dollari al mese lavoravano full time, e un anno dopo, la percentuale era salita al 40%; non solo, la salute mentale di coloro che hanno ricevuto i 500 dollari è migliorata nel corso del tempo. E, per rispondere alle critiche di chi crede che con un reddito minimo ci si dia alla pazza gioia, non si sono registrati aumenti di spese “folli” ma principalmente un aumento della spesa per cibo.

Il reddito minimo in Finlandia (con un reddito aggiuntivo di circa 560 euro) ha prodotto risultati analoghi, con un aumento (modesto) del tasso di occupazione di chi ha ricevuto il reddito minimo, e con effetti invece molto positivi sul benessere generale delle persone: la soddisfazione medio per la propria vita nel gruppo che ha ricevuto il reddito minimo era di 7.3 /10, contro 6.8/10 per il gruppo di controllo.

Il tema del reddito minimo resta ampiamente dibattuto, e l’impatto del reddito minimo può andare in diverse direzioni. Per esempio, John Danaher, nel post “Feminism and the Basic Income” ipotizza che a seguito dell’adozione di un reddito minimo ci potrebbe essere una riduzione della partecipazione delle donne al mercato del lavoro: poiché le donne sono ancora coloro che svolgono la maggior parte del lavoro domestico e di cura, il reddito minimo potrebbe incoraggiarle ulteriormente a lasciare il lavoro. Alcuni studi stimano che ci potrebbe essere una flessione della partecipazione delle donne al mercato del lavoro tra il 9 ed il 20%.

D’altra parte però grazie al fenomeno della femminilizzazione della povertà, il reddito minimo potrebbe invece aiutare le donne ad uscire da una situazione di povertà – per alcun* dei/delle partecipanti all’esperimento di Stockton, avere un reddito maggiore ha per esempio permesso di accedere a formazione che ha cambiato le loro prospettive lavorative nel lungo termine, non solo per il periodo coperto dall’esperimento. Non solo, come sappiamo purtroppo la dipendenza economica dal partner spesso significa che le donne trovano più complesso – se non impossibile – uscire da situazioni di abusi in famiglia.

Il femminismo peraltro, si è sempre interessato di economia e della necessità di maggiore uguaglianza tra uomini e donne per quanto riguarda il denaro. Virginia Wolf rivendicava per le donne la necessità di una stanza tutta per sé e di 500 sterline l’anno; più recentemente c’è stata una rinnovata attenzione proprio al tempo del reddito minimo, e Jessica Flanigan indica nell’articolo The Feminist Case for a Universal Basic Income alcuni motivi per cui il femminismo dovrebbe sostenere un reddito minimo universale, tra i quali, appunto, la maggiore povertà delle donne, e il fatto che nel caso in cui il reddito minimo includesse provvedimenti a sostegno della cura per bambini/e, permetterebbe a chi si occupa di bambini/e a casa o comunque svolge la maggior parte del lavoro di cura in una famiglia (e sono ancora le donne, che ci piaccia o no) di vedere riconosciuto il lavoro svolto in casa come, appunto, lavoro “vero”.

In questa prospettiva, si tratterebbe di vedere il reddito minimo come una forma di riparazione nei confronti delle donne e un riconoscimento del fatto che senza il lavoro domestico e di cura, l’economia cadrebbe a pezzi. Il sistema capitalista ha sempre beneficiato del lavoro di cura gratis ed ha addomesticato le donne per secoli, è ora di ricevere qualcosa in cambio.

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