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Femminismo ed economia: questo matrimonio s’ha da fare

di Giovanna Badalassi e Federica Gentile | 10 Ottobre 2019

Manifestazione femminista.

Siccome a quanto pare c’è un partito in Italia che si dichiara femminista ma non si capisce bene come quando e perchè (e se) è femminista, di che politiche femministe si interessa, e se per caso intenda occuparsi di economia in modo femminista, noi intanto facciamo le nostre riflessioni.

Questo “interesse” per il femminismo (e le donne) di Italia Viva avviene in un momento in cui le vicissitudini governative recenti hanno messo la politica al centro dell’attenzione mediatica.

Soprattutto, dopo un anno di proclami, politiche e proposte di sfacciato stampo maschilista, il tema della condizione economica, sociale e politica delle donne in Italia sta diventando sempre più evidente e urgente.

Un interesse che però non è al momento tale da promuovere un movimento femminismo condivido e organizzato, che rischia quindi di rimanere atomizzato, individualista e spesso inconsapevole.

Ma perché questo mini-risveglio succede proprio oggi e che differenza c’è rispetto agli anni d’oro?  
Il femminismo in Italia è stato fortemente collegato ad un momento ben preciso che ne ha creato le condizioni favorevoli. I baby boomers hanno dato il necessario peso numerico ed elettorale per cambiare il rapporto intergenerazionale e quindi politico: le donne hanno potuto esprimersi e trovare ascolto grazie anche a partiti di massa che hanno garantito una struttura organizzata e di appoggio.

Conosciamo tutte i successi e gli insuccessi di quel periodo, e la frequente accusa di come l’eredità storica di quella generazione non si sia trasmessa adeguatamente a quelle successive.
Se parli ad una giovane di femminismo in Italia è infatti probabile che ti guardi con un gran bel punto interrogativo, come un qualcosa che non le appartiene. D’altronde, bisogna osservare, non le appartengono neanche tanti altri movimenti politici e sociali legati indissolubilmente a quel periodo. Alzi la mano, ad esempio, l’under 40 che oggi si può ancora definire comunista. O democristiano. O socialista.

Il  femminismo  (o meglio i femminismi) in Italia, sebbene abbiano  tanto da dire e da fare, non  ingranano come potrebbero e dovrebbero  in un paese che di femminismo ha un disperato bisogno. E allora come andare avanti, come trovare qualcosa che ci accomuni, che tocchi le nostre vite e che ci faccia lottare per una società più giusta non solo per le donne, ma per tutti e tutte?

A noi piacerebbe vedere un femminismo più potente ed incisivo, ed è per questo che crediamo che sia necessario che il femminismo abbracci l’economia in modo cosciente, sistematico e trasformativo. D’altra parte, pensateci: l’economia è ormai diventata la categoria dominante delle nostra realtà e allora perché non cominciare da qui, rivoluzionandola,  creando una economia (piu’) femminista?

Negli USA i femminismi stanno lentamente ma inesorabilmente realizzando l’importanza dell’economia: l’associazione nazionale NARAL – Pro-Choice  (a  favore della libertà riproduttiva delle donne) ha sposato la lotta dei lavoratori e lavoratrici per un adeguato salario minimo notando che: “Noi ci uniamo a questa causa perché per essere veramente in controllo, le donne hanno bisogno sia del diritto di determinare quando e come avere figli sia di guadagnare abbastanza per supportare se stesse e i figli che decidono di avere”. Al di là delle posizioni ideologiche/religiose sulla contraccezione e sull’aborto, insistere sull’importanza dei bambini/e non nati senza garantire condizioni economiche adeguate per poi supportarli una volta nati è pura ipocrisia.

Anche il #MeToo riguarda le donne e l’economia; il movimento è scaturito da casi di molestie nel luogo di lavoro ed ha evidenziato le dinamiche di potere nel luogo di lavoro tra uomini e donne, che si traducono non solo in ambienti di lavoro ostili alle donne, ma anche concretamente, in carriere deragliate e mancati guadagni. Elizabeth Warren, candidata alle primarie del partito democratico ha una piattaforma politica incentrata su temi quali salari minimo, congedi parentali retribuiti e lotta alla disuguaglianza economica che beneficiano tutta la popolazione, ma in particolare le donne.

Genere, razza, orientamento  sessuale, status socio-economico, sono componenti dell’identita’ individuale che vanno presi contemporaneamente in considerazione, e le questioni economiche sono questioni femministe (e le questioni femministe hanno una base economica).

Ce lo dobbiamo mettere in testa e agire di conseguenza.

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