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Una crisi di governo tutta maschia

di Giovanna Badalassi | 20 Agosto 2019

Crisi di governo

Alla fine, dopo tanto minacciare, la crisi è davvero arrivata, assieme alle dimissioni del Presidente del Consiglio. Finisce così, con un confronto parlamentare accesissimo, a tratti becero e surreale, un’esperienza di governo che faremo fatica a dimenticare. Per la disumanità, tanto violenta quanto grottesca, per il costante, continuo e ottuso sfregio alla Costituzione e a tutte le regole democratiche, per l’irresponsabile incontinenza verbale, lo sdoganamento di  ideologie già sconfitte dalla storia, lo svilimento della rappresentanza. E potrei continuare per un bel po’, ma ci siamo capiti.

14 mesi orribili, che hanno tirato fuori tutto il peggio possibile

non solo della nostra classe politica, ma anche della nostra società, improvvisamente protagonista di ondate di razzismo, cattiverie e rancori che richiederanno parecchi anni prima di essere sedati, sempre che eventuali nuove elezioni non portino di nuovo al potere chi ci ha portati a questo punto di follia nazionale.

Intanto, vale la pena ricordare, a futura memoria, il tratto sfacciatamente maschilista di questo governo, come abbiamo raccontato in questi mesi, noi assieme a molti/e altri/e.

Certo, l’inizio qualche sospetto l’aveva già destato, quando si è visto un contratto di governo negoziato solo da uomini, con qualche figurina femminile di contorno, giusto a verbalizzare.

Dopo di che è stato un crescendo continuo.

A partire dalle misure economiche, da quelle effettive a quelle che abbiamo rischiato e che forse ancora rischiamo: quota 100 ha favorito soprattutto uomini, il reddito di cittadinanza ha requisiti che penalizzano le donne, la flat tax avrebbe scoraggiato il lavoro delle donne, l’aumento Iva colpirebbe soprattutto le donne, per non parlare della saltata chiusura domenicale dei negozi che avrebbe penalizzato soprattutto il lavoro femminile.

Per continuare con le misure sociali: il disastro del Decreto Pillon, il costante attacco ad ogni diritto delle donne, una quotidiana messa sotto accusa della figura femminile moderna ed emancipata a favore di una esaltazione della famiglia “tradizionale” che manco nell’800.

Per finire con la propaganda social esaltatoria del maschilismo più stereotipato e arcaico, con attacchi feroci a donne che esprimono le proprie opinioni. E poi ancora sessismo, tanto, troppo, a volontà, tutti i giorni, ad ogni ora, da ogni postazione, istituzionale, stradale, balneare.

Un maschilismo straniante, che, descrivendoci come streghe, cubiste o piuttosto ancelle devote, ha cercato di farci dimenticare il peso sociale ed economico delle donne in Italia.

Donne che rappresentano metà dell’elettorato, il 42% dei lavoratori (Istat), il 57,2%% dei laureati (Miur), che producono  il 41% del PIL, che partoriscono e allevano tutto “il popolo” e che ogni anno svolgono 50 miliardi e 694 milioni di ore di lavoro familiare non retribuito.

E’ (stato?) un maschilismo al quale la società italiana ha reagito troppo poco, forse aspettando che passasse la buriana.

Pensiamo in questo caso soprattutto a tutte quelle donne e uomini di un qualche intelletto, potere e visibilità la cui voce avrebbe avuto un peso, e che invece abbiamo sentito poco e flebile.

Ringraziamo invece, con profonda gratitudine, l’associazionismo femminile,

che, pur nella propria fragilità numerica e mediatica, ha fatto campagne davvero campali per difendere quei diritti dei quali godono, è bene ricordare, sia donne di sinistra che donne di destra.

Si riparte dunque da qui, dalla necessità di capire perché siamo arrivati a questo punto e come andare avanti, anche se ci domandiamo se questo sarà il punto della risalita o piuttosto quello del precipizio definitivo.

Sta però a noi deciderlo, non ai nostri governanti. Sta a noi scegliere a che grado di civiltà vogliamo stare.

Per parte nostra, abbiamo già deciso: si lavora per rialzarci, perché meritiamo di più.

Perché siamo meglio di così, vero?

Fonte foto: https://www.ilpost.it/2016/11/05/guida-senato-riforma/