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Quello che è rimasto del femminismo (delle celebrities)

di Federica Gentile | 30 Giugno 2022

Una ragazza di spalle con un cappello rosa tiene in mano un cartello che dice "Smach the patriarchy" durante una manifestazione.

Susan Faludi, autrice di “Contrattacco. La guerra non dichiarata contro le donne” ha scritto alcuni giorni fa un articolo sul New York Times che fa riflettere, specie alla luce del rovesciamento della sentenza Roe vs. Wade. Secondo la Faludi, il femminismo dal 2010 in poi è stato entusiasticamente sposato come causa dalle celebrities americane, stampato altrettanto entusiasticamente su magliette di Dior, insomma, finito un po’ sulla bocca di tutte.

E a dire il vero, motivi per l’ottimismo c’erano: vedi per esempio il #MeToo, e le Women’s March. Per dire, persino al mio paesello in pieno Trumpistan la locale Women’s March ha attirato nel 2017 circa 2000 persone, roba che non si vedeva dagli anni ’70.

Insomma, tutto abbastanza bene, ma fino ad un certo punto, secondo la Faludi: “Usare la celebrità e il femminismo degli hashtag è un modo pericoloso per perseguire il progresso delle donne perché cade così facilmente vittima dei suoi stessi strumenti e metodi.” E qui entra in gioco il processo Amber Heard vs Johnny Depp, in cui, avendo portato una celebrity – che in quel momento veniva considerata come simbolo del #MeToo ed del femminismo – in tribunale e avendola sconfitta, ha significato per molt* una sconfitta del femminismo: “Unire le fortune del femminismo alla celebrità avrebbe potuto valere la pena se avesse portato a vittorie politiche significative. Ma tali vittorie sono difficili da ottenere solo attraverso campagne di marketing, come ha ben capito la destra.”

Certamente anche il femminismo delle celebrities contribuisce alla causa femminista: ma qualche dubbio ogni tanto su quanto questo vada lontano viene: in un articolo del 2016 Andi Zeisler si chiedeva com’è che Emma Watson, attrice dichiaratamente femminista, non ha avuto problemi a recitare in “La bella e la bestia” una storia che non è molto femminista.

Inoltre, mentre il femminismo è diventato “pop” e “cool” veniva eletto Donald Trump, sono passate numerose restrizioni ai diritti delle donne, e adesso assistiamo negli USA all’abolizione del diritto all’aborto a livello federale, con stati che lo hanno già proibito del tutto. Cos’è successo? E’ successo che anche se non si è mai smesso di lavorare sul campo a problemi sistemici, il femminismo ha in qualche caso adottato uno stile sempre più  individualista e meno comunitario e politico: “Nel catastrofico anno elettorale del 2016, gli exit poll della Tufts University hanno rilevato che solo il 20% delle donne millennial non era d’accordo con l’affermazione che il femminismo “riguarda la scelta personale, non la politica”. Questo non significa che il femminismo sia stato sconfitto o fosse IL movimento responsabile di arginare la virata conservatrice degli USA, ma spiega in parte lo scollamento tra l’impressione che ormai “siamo tutte femministe” e la situazione non rosea in cui ci troviamo.

Quando ci si concentra esclusivamente o in larga parte sulla scelta e sui comportamenti individuali, sull’empowerment individuale, si ha un problema, e pure grosso. La scelta è sempre relativa. Ci si deve chiedere chi fa le scelte, quali scelte, in quali contesti e soprattutto bisogna chiedersi quanto insistere sulle scelte individuali non sia un metodo per distrarre dal fatto che hai voglia a scegliere quando i problemi sono sistemici.

Guardiamo al caso dell’aborto: l’approccio della scelta individuale , “pro-choice”, è stato messo in discussione da attiviste di colore sin dagli anni ’90. L’aborto è puramente una questione di scelta sì/no se si hanno soldi e tempo, se no è da molto tempo, soprattutto per la comunità di colore e le persone povere, un problema di accessibilità determinata dal proprio status socio economico.

Tornando all’articolo della Faludi, e sapendo bene che possono convivere il femminismo “individualista” delle celebrities e quello comunitario, dal basso, non possiamo che applaudirla quando sottolinea che alla fine della fiera, sono le questioni economiche che contano, e che magari ottengono meno visibilità perchè meno glamour: “Affrontare efficacemente le minacce al benessere materiale delle donne richiede una resa dei conti all’interno del femminismo.”

E la resa dei conti non riguarda scontri generazionali, o il disprezzo nei confronti di forme di femminismo più  pop, ma il fatto che l’attenzione deve essere concentrata sul migliorare le condizioni delle donne più svantaggiate tra noi.