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La cura è civiltà

di Federica Gentile | 18 Aprile 2020

Photo by Dominik Lange on Unsplash

Quando chiesero a Margaret Meade quale fosse il primo segno di civilizzazione, la famosa antropologa rispose: un femore con una frattura guarita ritrovato in un sito archeologico di 15.000 anni fa.

E questo perchè per guarire una frattura ci vuole qualcuno che trasporti la persona ferita in un luogo sicuro, e se ne prenda cura invece di lasciarla morire in balia degli elementi. E quindi prendersi cura di qualcuno è il primo segno di civilizzazione.

Nel corso del tempo non è evidententemente rimasta memoria di questo fatto, ed il lavoro di cura (pagato e non pagato) è stato continuamente svilito, considerato di poco prestigio, nonchè appannaggio quasi esclusivo delle donne, in nome di una loro teorica “innata” propensione alla cura.

Ora, nel corso del 2020, nel bel mezzo dell’incertezza da pandemia, scopriamo l’acqua calda: che la Meade aveva ragione, e che tutto questo lavoro è invece l’unico veramente essenziale ed importante. E’ troppo presto per valutare se post pandemia ci sarà una maggiore attenzione ai diritti di lavoratrici e lavoratori che si prendono cura di noi e dei nostri cari, ma per adesso le cose non vanno bene.

Ieri Repubblica riportava che, in mancanza del decreto del governo per il lavoro domestico, le famiglie si trovano in grande difficoltà a sostenere i rapporti di lavoro con colf e badanti, e nei primi quindici giorni di aprile. sono aumentate del 30% le cessazioni dei rapporti di lavoro. Come riporta Repubblica, “La cassa integrazione in deroga, reintrodotta e rafforzata, non si estende a questi lavoratori (per il 90% donne e per due terzi stranieri).” Si tratta, secondo dati Inps, di circa 859.000 lavoratori e lavoratrici, ma si stima che possano arrivare a circa 2 milioni e l’88% sono donne.

Se la cura è il primo segno di civilizzazione, che cosa dice di noi come civiltà il non tutelare adeguatamente i diritti di questi lavoratori e lavoratrici?

Fonte: Due milioni di colf e badanti a rischio. Dimenticate dal decreto “Cura Italia”

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