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L’uguaglianza di genere tarda in Giappone

di Federica Gentile | 2 Gennaio 2021

Il Giappone arranca – in buona compagnia- per l’uguaglianza di genere.
Mancato l’obiettivo che prevedeva il 30% di donne in posizioni di leadership per il 2020, il governo ha recentemente deciso di rimandare l’obiettivo a data da definirsi, il “prima possibile”, entro gli anni ’20 del 2000. 
L’obiettivo era stato fissato dal’ex primo ministro Shinzo Abe, nell’ambito della Womenomics (women+economics) una teoria economica elaborata da Kathy Matsui nel 1999 e ripresa poi tempo dopo da Time che si basa sulla centralità del lavoro delle donne per favorire lo sviluppo economico di un paese. 

Dal 1999 il concetto ha avuto una certa risonanza, e il Giappone è il paese che per eccellenza ha incorporato la Womenomics nel proprio programma per rilanciare l’economia, avviando delle riforme volte ad aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro e la leadership femminile.
Non è  evidentemente andato tutto bene, dai tempi del primo ministro Shinzo Abe, che è  stato  il promotore della Womenomics: le donne, in Giappone secondo l’articolo di ABC News “Japan delays gender equality goals in new five-year plan” le donne sono solo il 10% dei deputati/e nel Parlamento, e il 40% delle assemblee locali hanno zero o una donna. Nel governo ci sono solo due donne  ministro. 

Ci sono alla base forti resistenze culturali: secondo uno studio del 2018 di Kantar e Women Political Leaders, solo il  24% delle persone in Giappone hanno dichiarato di accettare una donna come CEO di una grossa azienda. 
Insomma, il Giappone sta andando indietro, in termini di uguaglianza di genere, tanto che dal 2012 ha perso ben 20 posti nella classifica del Global Gender Gap Report 2020, passando dal n.101 al n.121. 

Si sta facendo tardi, per l’uguaglianza di genere. 

Photo by Nicki Eliza Schinow on Unsplash

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