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Non c’è tempo per le donne

di Federica Gentile | 21 Dicembre 2020

Una donna sorregge un orologio.

Nell’articolo “ Why time is a feminist issue” apparso qualche tempo fa, l’autrice scopriva devastata che un esperto di tempo libero le aveva scovato ben 27 ore di tempo libero in una settimana, malgrado la poveretta fosse una madre lavoratrice in grande affanno.

Sull’orlo di una crisi di nervi, la nostra scoprì poi che le fantasmagoriche ore di tempo libero erano composte di 5 minuti di qua, 5 minuti di là, insomma quelli che lei definisce giustamente “coriandoli di tempo”. Ditemi voi come reagireste se nel vostro tempo libero conteggiassero i minuti passati in strada ad aspettare il carro attrezzi.

Non bene, suppongo.

Ed infatti il tempo per le donne è un tempo troppo spesso frammentatissimo. L’autrice sostiene: “Ho scoperto che le donne non hanno mai avuto una storia di tempo libero. (A meno che una non sia una suora, un ricercatore mi disse più avanti). Sin dall’inizio della storia dell’umanità, gli uomini di elevato status sociale, non dovendo occuparsi delle attività più faticose della vita quotidiana, hanno goduto di lunghe, ininterrotte ore di ozio. E in quel tempo hanno creato arte, letteratura, filosofia, e hanno fatto ricerche scientifiche immergendosi nell’esperienza del flusso di tempo”.

Per molte donne dunque il flusso di tempo ininterrotto che permette di oziare o di impegnarsi in attività creative di varia natura non esiste e viene strappato con le unghie e con i denti a varie altre attività. Avere tempo non solo è un lusso, ma è anche un potere a cui le donne non pensano di avere diritto, se non dopo essersi occupate di tutto il resto, vale a dire degli altri. Ciò non per una intrinseca bontà o volontà di martirio, ma più che altro per condizionamenti sociali e aspettative culturali legate al genere.

Tra l’altro, se si guardano i dati del Gender Equality Index 2020 dell’EIGE, è evidente il gap di genere per quanto riguarda la dimensione del tempo libero: se si guarda alla variabile “ lavoratori e lavoratrici che fanno sport, si dedicano ad attività culturali o di piacere fuori di casa almeno quotidianamente, o numerose volte a settimana, vediamo che la percentuale di uonini arriva al 31, 9%, mentre per le donne è del 21,5%. In Italia le percentuali son rispettivamente del 23,6% e del 28,2% per gli uomini. Sono invece in generale un po’ di più le donne che si dedicano ad attività di volontariato e beneficienza almeno una volta al mese: 12,8% per le donne e 10,8% per gli uomini per quanto riguarda il nostro paese.

Il Covid-19 ha solo evidenziato ed esaperato lo scarso tempo per le donne con un aumento notevole del lavoro di cura, ricaduto principalmente sulle spalle delle donne, che ha a sua volta ha avuto un impatto molto negativo sulla salute mentale delle donne. Una ricerca recente, condotta dal National Center for Health Statistics negli USA ha rilevato che circa il 46% delle donne e circa il 37% degli uomini soffre di sintomi di depressione o ansia legati al Covid-19, e sottolinea in particolare lo stress delle lavoratrici, che si collega almeno in parte all’aumento dell’impegno in termini di tempo per il lavoro di cura, dovendo al tempo stesso affrontare problemi legati ad una maggiore probabilità di licenziamenti.

Il discorso del tempo è anche legato alla disponibilità economica: c’è chi può permettersi di liberare tempo delegando alcune attività – come il lavoro domestico e di cura – ad altre persone (peraltro spesso pagate poco, e spesso in nero), e c’è chi deve svolgere 2-3 lavori per assicurarsi un minimo di sopravvivenza, ed il cui tempo è estremamente limitato. Questo influenza anche la possibilità per esempio di partecipazione politica: è più probabile che chi ha più tempo a disposizione possa impegnarsi di più e far sentire la propria voce nell’arena pubblica di chi invece ha i minuti contati.

Al di là del Covid-19, e della disponibilità economica, è anche importante sottolineare che anche si ottenesse l’equilibrio perfetto famiglia-lavoro, di cui si parla da tempo immemore, si tratta di un discorso limitato, perché non esiste la concezione che vi sia altro oltre alla coppia vita/lavoro, cioè tempo veramente libero, dedicato ad attività di piacere.

L’autrice dell’articolo, Sarah Jaffe, sostiene infatti che la versione liberista del femminismo ritiene che le donne trovino piacere e realizzazione nel lavoro, mentre i tradizionalisti ritengono che le donne ricavino piacere e soddisfazione nell’allevare i figli, ma che succede al vero piacere, all’ozio, al tempo libero? All’avere una vita al di fuori della famiglia e del lavoro?

Allo stato attuale delle cose, sembra che le donne debbano caricarsi di una fatica notevole e iniqua per conciliare famiglia e lavoro, e che sia finita qui. Non solo, avere una vita bilanciata in cui ci si senta realizzati/e non deve limitarsi ad essere un problema delle mamme o dei genitori. 

Chi non ha famiglia dovrebbe realizzarsi solo nel lavoro?

In conclusione: “Dobbiamo lottare non solo per la possibilità di bilanciare due tipi di lavoro, ma anche per il diritto a più tempo libero, al piacere. Come donne bisogna farlo perché l’idea che la famiglia sia la sola opzione al di là del lavoro, è un ideale sessista, datato, sia che una persona abbia o no bambini, che li voglia o che non li sopporti. Saremo più vicini all’uguaglianza di genere quando sosterremo che, come gli uomini, abbiamo interessi fuori dalla famiglia e dal posto di lavoro”.

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