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Se i lampioni diventano i migliori amici delle donne

di Giovanna Badalassi | 23 Aprile 2015

In uno degli ultimi post abbiamo parlato di un concetto di economia di genere decisamente astruso, la segregazione orizzontale dei mestieri femminili. Che poi alla fine si è visto che tanto terribile non era, ma si trattava piuttosto di un nome infelice appioppato chissà da quale ricercatore o funzionario pubblico.

Oggi, sprezzanti di ogni pericolo, ritorniamo sul luogo del delitto e sì, pienamente recidivi, ci riproviamo con un altro bel termine: gender mainstreaming. Cheee? Sì. Quello. Roba impronunciabile e incomprensibile. Studiato apposta per fare del bene alle politiche per le pari opportunità, si suppone, eh.

In Inglese mainstream si riferisce a qualsiasi concetto di tipo trasversale, un qualcosa che passa attraverso più ambiti in modo orizzontale.

Il gender mainstreaming sta quindi ad indicare le politiche pubbliche di pari opportunità che vengono sviluppate con un approccio integrato per cui si parla di pari opportunità in tutti o quasi i campi di azione della politica: politiche di genere nei trasporti, nelle infrastrutture, nel sociale, nell’ambiente, nello sport  e avanti così finché siamo capaci di misurare l’impatto di genere.

Questo nome orribile in realtà nasconde un approccio alle politiche di genere particolarmente moderno ed efficace, poiché non parliamo più di politiche da riserva indiana, ma di azioni di sistema in grado di intercettare ogni ambito e ogni sfera della vita pubblica.

L’Unione Europea ha sposato appieno questo concetto, addirittura  fondandoci sopra la strategia del doppio pilastro: azioni mirate alle pari opportunità e azioni per l’appunto di gender mainstreaming.

Anche in Italia la nostra normativa ha recepito questo concetto, che troviamo nel Codice per le Pari Opportunità tra donne e uomini (D.Lgs 198/2006). Lo sapevamo tutte, vero? Vabbè, non ci sono stati cortei di festeggiamenti nelle strade, lo ammetto, ma è comunque importante che la nostra normativa lo riconosca, anche se non lo sa nessuno (quasi).

Come impariamo a riconoscere il gender mainstreaming e a svilupparlo? Beh ci vuole chiaramente un po’ di studio e la capacità di comprendere appieno i fenomeni sociali con la prospettiva di genere.

Ci sono numerosi esempi, che uso spesso nelle mie lezioni, ma i più divertenti sono chiaramente quelli borderline. Ad esempio:

qual è la lettura di genere delle politiche comunali in termini di illuminazione pubblica?

Sì, parlo proprio dei banali lampioni da strada. Se un Comune riduce ad esempio i propri punti luce del 20%, c’è un impatto differente su donne e uomini?

La risposta è, necessariamente, sì. In generale, l’illuminazione pubblica riduce la sensazione di minaccia ambientale, è una forma di contrasto alla criminalità e alla violenza nelle strade, aumenta la libertà di muoversi di notte, migliorando il senso di sicurezza. Attenzione, però: se riduciamo l’illuminazione pubblica il danno è maggiore per le donne. Le donne sono infatti i soggetti sociali che hanno i timori maggiori sulla propria incolumità, e occorre dire a ragione: il 31,9% delle donne (6,7 milioni) tra i 16 e i 70 anni ha subito almeno una violenza nella loro vita, con la conseguenza che il 52,1% delle over 14 teme di subire violenza sessuale contro il 32,7% degli uomini (Fonte: ISTAT, Indagine sulla sicurezza dei cittadini, 2009). Di notte le cose peggiorano: solo il 42,9% delle over 14 si sente al sicuro a camminare al buio nella zona in cui vive, mentre per gli uomini la percentuale sale al 68,0% (Fonte: Istat, Aspetti della vita quotidiana, 2013). Diventa allora chiaro che ridurre l’illuminazione pubblica rappresenta un minore deterrente per la criminalità ma anche una maggiore fonte di ansia per le donne, che si sentiranno maggiormente limitate nella loro libertà di movimento, che può riguardare, oltre ad attività del tempo libero, anche le professioni notturne, si pensi alle infermiere, alle dottoresse, le operaie ecc.

All’estero sono riusciti anche a studiare e monitorare questo tipo di impatto, qui da noi sarebbe già tanto maturare questo tipo di consapevolezza.

Un altro esempio sono i rubinetti.

Sì. L’acqua potabile nelle case. L’acqua, nei paesi del terzo mondo, è considerata una chiave di sviluppo ed emancipazione per le donne. Recente è stata la campagna di sensibilizzazione nella maratona di Parigi a favore delle donne africane che passano gran parte della giornata a portare l’acqua e non possono così studiare o emanciparsi altrimenti.

Si dirà: sì ma qui da noi? Qui l’acqua è un servizio indispensabile, avendocelo tutti il problema per le donne non si pone. Davvero? Non in tutto il paese. Nel 2013 ancora il 9,9% delle famiglie ha interruzioni e difficoltà varie con il servizio idrico, con punte del 17,6% nel meridione, contro il 4% del Nord (Fonte: Istat, Aspetti della vita quotidiana, 2009)
E’ solo un caso che il territorio con il tasso di occupazione femminile più basso sia anche quello con maggiori difficoltà ad accedere all’acqua potabile? Le due cose non nascono interdipendenti, chiaro, ma fanno parte di un sistema che, con tutte le sue inefficienze,  limita pesantemente le possibilità per le donne di crescere.
Senza acqua nelle case tutto si fa più difficile, la lavatrice, la lavapiatti, i lavori di casa, ecc. Tutte mansioni che ad oggi le donne svolgono in modo prevalente.

Ce ne sarebbero altri, di casi “estremi”, che riguardano ad esempio, la metropolitana, i cimiteri, l’edilizia popolare, i bus, il verde pubblico. Ma anche altri di molto più banali: gli asili nido, i servizi per gli anziani, il lavoro, ecc. Si potrebbe intervenire su moltissime politiche, spesso anche senza particolari aumenti di spesa, ma semplicemente con una revisione delle modalità con quali vengono attuate le politiche.

Certo, se ancora non si è riusciti ad andare in questa direzione è perché si tratta di un problema di visione, ma anche, spesso di governance, di gestione del potere politico e di visibilità.

Le politiche di gender maistreaming sono infatti abbastanza sofisticate rispetto agli strumenti di analisi e di valutazione che abbiamo oggi a disposizione, e richiedono, oltre ad una certa cultura specifica sull’argomento, anche una capacità di gestione che è per sua natura orizzontale e richiede un’applicazione puntuale delle politiche integrate. Questo approccio non piace chiaramente a chi ha una visione della politica e della gestione delle istituzioni verticistica che tiene ben separati gli ambiti di intervento (e i budget!). Un altro problema è la scarsa visibilità di queste politiche: proprio perché trasversali, è difficile valorizzarle adeguatamente e farle conoscere nel loro reale impatto presso la cittadinanza.

E’ però necessario, conoscere e sviluppare questo tipo di riflessione, perché solo attraverso questa strada si può sperare di incidere sulla struttura del sistema e impostare un cambiamento permanente. Anche se la battaglia per i lampioni o per i rubinetti può apparire meno accattivante di quella per gli asili nido o per il sociale, è innegabile che occorre saper intervenire su tutti gli ambiti per avere dei risultati permanenti.

Ce la faremo? Sì, con molto tempo e tanta pazienza, perseveranza e abnegazione.

Ma soprattutto, con una crescita collettiva di consapevolezza e di maturità. In definitiva, con un maggiore attaccamento al senso di libertà e democrazia.

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