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Il ruolo delle donne nella storia del fact checking

di Giovanna Badalassi | 7 Aprile 2019

Non so voi, ma a me queste storie di fake news stanno cominciando a far girare la testa, e molto altro. Partite come sporadici corto circuiti del sistema, le fake news sono infatti diventate un fenomeno oramai dilagante, talmente quotidiano e invasivo da minacciare il funzionamento stesso della democrazia.

L’unica difesa dalle fake news è quindi il fact checking,

attività oramai determinante per qualsiasi testata giornalistica che voglia mantenere un minimo di credibilità e autorevolezza tra i propri lettori.

Fare il fact checking non è però un’attività semplice come sembra: ci vuole occhio, precisione, attenzione, fiuto, una certa dose di passione per i dettagli e quella pazienza tipica dei ricercatori puntigliosi.

E’ un lavoro “da donne”, insomma.

A questa conclusione sono giunti negli anni 20 i fondatori del Time, il prestigiosissimo settimanale USA che rappresenta ancora oggi un punto di riferimento per tutto il giornalismo mondiale.

E’ uscito infatti, in occasione della giornata mondiale del fact checking, un bellissimo articolo del Time, “The Inextricable Role of Gender in the History of Fact-Checking”, scritto da Merrill Fabry, che fa giustizia del ruolo determinante avuto dalle donne nello staff per la ricerca del giornale, un ufficio che, tra il 1923 e il 1973, è stato composto esclusivamente da donne. Tante donne: nel 1944 le ricercatrici erano 111, più tardi arrivarono fino a 300.

L’articolo non spiega come mai sin dall’inizio i direttori del Time abbiano deciso che le donne fossero particolarmente adatte a quest’attività.

Certo non è difficile immaginare che questo tipo di lavoro richiedesse requisiti che corrispondevano bene allo stereotipo delle donne di allora. Forse c’era anche qualcosa di vero in questo pregiudizio positivo: in fondo la prima generazione di donne che si affacciava al mondo del lavoro retribuito si portava dietro, oltre ad un adeguato livello di istruzione, anche solide capacità e competenze apprese in famiglia per diventare una buona madre. E, guarda caso, erano le stesse “soft skills” che servivano per il fact checking: precisione, dedizione, sopportazione per i lavori noiosi e ripetitivi, pazienza, diligenza, attenzione.

Era più importante aver accudito bambolotti da piccole per questo lavoro, insomma, che aver giocato alla guerra.

Immagino che all’inizio la cosa sia andata bene a tutte/i.

Le ricercatrici si sentivano più sicure nel fare un lavoro che richiedeva anche capacità per le quali erano state abbondantemente formate, ed erano inoltre disposte a rinunciare a scoprire che altro sapevano fare, pur di entrare nel mondo del lavoro.

I direttori del giornale potevano disporre invece di una forza lavoro qualificata, dedita e a basso costo che nel loro immaginario era la più adatta a svolgere quel tipo di mansione.

Chiaramente, proprio perché era un lavoro considerato “da donne” era anche ritenuto un lavoro di serie B.

L’articolo racconta infatti molto bene la fatica che hanno fatto queste ricercatrici per affermare la propria professionalità e per far valere i propri diritti.

Parecchi gli aneddoti gustosi: questionari che prevedevano solo uomini a rispondere (domanda: ha una moglie?), episodi di stucchevole paternalismo, lotte delle ricercatrici per farsi pagare di più e vedersi riconoscere il loro ruolo. Ancora nel 1965 una pubblicazione sulla storia del giornale non le citava minimamente, per dire.

Col senno di poi, e di fronte al disastro planetario che stanno combinando oggi le fake news, l’articolo rende inoltre

l’onore delle armi a queste ricercatrici, riconoscendo come il loro lavoro sia stato determinante per la costruzione del mito di autorevolezza e serietà del giornale.

Quindi, lavoro di serie B proprio per niente, anche se erano le stesse ricercatrici a considerare questo lavoro un punto di partenza e non di arrivo nella propria carriera. Ambivano infatti ad un ruolo da protagoniste attive, non solo da mondine dell’informazione.

Alla domanda del questionario interno “Che cosa vorresti fare se non fossi un ricercatore?”, gli autori della ricerca pensarono infatti che, essendo le ricercatrici per l’85% giovani donne non sposate, avrebbero risposto di desiderare un marito e una serena vita domestica. Errore. La maggior parte delle ricercatrici voleva invece diventare una giornalista, un’editrice o una corrispondente.

La storia, per una volta, finisce bene: gli anni passarono e arrivò la stagione del femminismo che rivoluzionò tutto, dando spazio alle aspirazioni di crescita professionale di queste pioniere del giornalismo.

A partire dal 1973 entrarono infatti anche degli uomini nello staff della ricerca del Times e, in parallelo, cominciarono a decollare anche le carriere delle donne giornaliste, ribaltando così gli stereotipi di genere e offrendo maggiori opportunità di crescita professionale per tutte/i.

Ah, non risulta, comunque, che il prestigio e l’autorevolezza del Time, dal 1973 ad oggi, siano minimamente diminuiti.

Photo by David Klein on Unsplash