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Quello che gli indicatori (non) dicono

di Esmeralda Rizzi | 28 Dicembre 2021

Abbiamo il piacere di pubblicare un contributo di Esmeralda Rizzi, collega, ottima giornalista, e soprattutto grande amica di Ladynomics.

Da oltre trent’anni il Sole 24 ore pubblica annualmente il Rapporto sulla qualità della vita degli italiani, uno strumento utile per leggere come il Paese cambia e si trasforma e per farlo, nel tempo, ha di volta in volta integrato o variato gli indicatori studiati.  Accanto al Rapporto sulla qualità della vita degli italiani, quest’anno, per la prima volta, sono state  introdotte tre “indagini” specifiche dedicate a tematiche di crescente interesse: il clima, la qualità della vita di giovani, bimbi e anziani e l’indice di qualità della vita delle donne che misura il gap di genere tra le città italiane. Scelta importante e giusta perché i dati servono a descrivere condizioni, a formulare analisi e quindi ad adottare le strategie più idonee per risolvere i problemi. Ed è ormai evidente che sono questi i settori che determineranno variazioni significative nelle strategie politiche nei prossimi anni. 

È però vero che gli indicatori che vengono impiegati per descrivere una situazione non sono neutri. Per descrivere rapidamente le condizioni di vita di uno Stato, si usa spesso il PIL, il prodotto interno lordo, un indicatore delle performance economiche che descrive la ricchezza e la capacità di sviluppo di una società ma nulla delle reali condizioni di vita delle persone. Al PIL quindi sono stati affiancati altri indicatori che misurano invece categorie che descrivono meglio la qualità della vita delle persone come il BIL, il benessere interno lordo, o il BES, il benessere equo e sostenibile che valuta per esempio salute, istruzione, lavoro, ambiente.

Per misurare la qualità della vita delle donne  il Sole24ore ha individuato 12 indicatori: speranza di vita alla nascita, tasso di occupazione femminile e occupazione femminile giovanile, gap occupazionale di genere, tasso di mancata partecipazione al lavoro, gap retributivo, numero di imprese femminili, componenti donne dei Cda delle imprese, amministratrici nei comuni, performance nello sport, prestazioni olimpiche, violenze sessuali. Importante la prevalenza di indicatori collegati al lavoro che è il primo strumento di autonomia e libertà, ma per chi si occupa di politiche di genere, appare subito evidente che sono stati forse sottovalutati e quindi esclusi alcuni indicatori che per descrivere il gap della qualità della vita femminile tra aree del Paese restano centrali: la presenza di consultori pubblici,  di asili nido, degli altri servizi sociali che rientrano nell’area della cura. Ancora oggi infatti dati e statistiche ci dicono che in Italia troppe donne sono costrette a scegliere tra lavoro e cura dei figli così come dei familiari anziani. Una su tutte, il resoconto dell’Ispettorato nazionale del Lavoro che anche quest’anno ci ha ricordato come il 77% delle dimissioni volontarie di genitori di bambini da 0 a 3 anni riguarda donne con la motivazione per il 97% delle quali della difficoltà a conciliare lavoro e vita privata. In un Paese nel quale l’offerta di asili nido varia dal 43,9 posti ogni 100 bambini della Valle d’Aosta al 10,4 della Campania. Un valore altrettanto rilevante hanno poi i  consultori pubblici e per più d’una ragione: perché strutture che si occupano della salute della donna quindi specializzate nella medicina di genere, nella comprensione della fisiologia e patologia femminile; perché offrono assistenza alla maternità ma anche alla prevenzione e alla interruzione delle gravidanze indesiderate e infine perché sono strutture pubbliche alle quali possono rivolgersi donne italiane e straniere, giovani e meno giovani, indipendentemente dalla capacità reddituale. Sarebbe poi da valutare anche il numero dei centri e delle associazioni antiviolenza, delle iniziative pubbliche territoriali per il contrasto alla violenza e alla disparità di genere, e le strutture delle case delle donne che da sempre rappresentano luoghi di aggregazione femminile, di cultura e di reciproco sostegno. Ma un’analisi così accurata spetterebbe innanzitutto alla politica e alle istituzioni. 

Di certo però, se non si vuole rischiare una lettura se non errata quantomeno fortemente parziale della qualità della vita femminile nelle diverse realtà italiane, non si può prescindere dagli indicatori relativi all’offerta di servizi di assistenza agli anziani e ai non autosufficienti, ai consultori e agli asili nido, pubblici perché il gap va misurato sull’accessibilità a chiunque e non solo su chi può.

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