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Noi siamo ricchi solo perché loro sono poveri

di Federica Gentile | 14 Dicembre 2015

Questo post è la traduzione del post “We are rich just because they are poor”  di Ieva Zu, fondatrice di Fashion Bloc. Ringraziamo l’autrice del post per averci gentilmente permesso di tradurre integralmente il suo pezzo.

This is the Italian translation of the post “We are rich just because they are poor”  by Ieva Zu, founder of Fashion Bloc. We want to thank the author, who kindly allowed us to translate her post.

Oggi mi riprometto di guardare l’etichetta con le informazioni relative alla produzione prima di comprare vestiti da qualsiasi negozio. Ho già cominciato a consumare di meno un paio di anni fa quando ho cominciato a riflettere se avere di più non fosse causa di maggiori danni.

Dopo il crollo di Rana Place in Bangladesh nel 2013, in cui sono rimaste uccise più di
1.100 persone (!), tutti parlavano della catena discount di abbigliamento britannico Primark.  
​E’ naturale presumere che la maglietta che costa 3 sterline [4 Euro] debba essere prodotta in condizioni terribili. Avevo l’abitudine di comprare i miei “capi essenziali” da Primark ogni tanto, ma da allora ho smesso completamente. 

In ogni caso, quando ho cominciato a guardare con più attenzione a quella vicenda, o a tutte le vicende, ho capito che Primark era solo la punta dell’iceberg (e solo uno dei pochi produttori di abbigliamento che si sono assunti la responsabilità dell’accaduto). C’erano almeno 23 aziende produttrici di abbigliamento che utilizzavano forza lavoro locale  in quella catena di sweatshops [termine inglese che significa fabbriche dove i lavoratori sono sfruttati] dove lavoratori del Bangladesh lavoravano  duramente per 19 ore in condizioni terribili. Alcuni dei marchi (Primark incluso) si sono impegnati a ripagare le famiglie colpite e a migliorare le condizioni di lavoro, ma a parte questo, non molto è cambiato nel mondo marcio  del consumismo della moda. Sfortunatamente, non è  necessariamente il capo più economico  a  causare dolore alla persona in carne ed ossa che lo cuce. Alcuni stilisti usano le stesse fabbriche di, per esempio, H&M, United Colors of Benetton, Primark o Zara.

​Se  l’etichetta del tuo capo dice Made in Cambogia/Bangladesh/Vietnam, etc. possiamo star sicuri che in qualche modo stiamo contribuendo allo schiavismo. E’ molto difficile relazionarsi a informazioni sui fatti, e dunque è meglio raccontare una storia vera. La mia amica Ausra mi ha parlato del progetto del reality show norvegese SWEATSHOP di Aftenposten.no.  Tre ragazzi norvegesi sono stati selezionati per partecipare  al  viaggio di una vita in Cambogia: Frida, Ludvig e Anniken (che è una delle più influenti blogger di moda norvegesi) hanno fatto un viaggio in Cambogia che ha cambiato le loro vite.

Si tratta di normali consumatori di moda del loro gruppo d’età, quindi sono il campione perfetto. Sono andati in Cambogia per vedere e sperimentare la vita dei lavoratori negli sweatshop che fanno i vestiti di, diciamo, H&M (di cui si parla nel documentario). Il resto è storia.
​E’abbastanza difficile trovare le parole per descrivere le loro esperienze e rivivere le loro emozioni, ma è molto salutare che lo vediate.

Quando ho avviato Fashion Bloc, che aiuta case di moda indipendenti e stilisti da paesi dell’ex Unione Sovietica ad accedere ad una audience internazionale sapevo che avrei lavorato con stilisti e avrei rappresentato modelli che sono creati e realizzati  localmente in Europa, o realizzati dagli stilisti stessi. Per essere completamente onesta, all’inizio tutto ciò era più collegato all’urgenza di avere una buona qualità di produzione ma in seguito è anche diventata una missione per contribuire ad un consumo consapevole. Gestire Fashion Bloc significa in qualche modo aiutare stilisti indipendenti, ma anche aiutare consumatori indipendenti ad essere consapevoli. Made in Europe non è più collegato all’orgoglio. Creato localmente in Europa e’ un concetto di uguaglianza, equità, e supporto economico. Supportare stilisti indipendenti  ed essere consapevoli di quello che ci si mette addosso (considerando attentamente quanta roba che si compra sia effettivamente necessaria) potrebbe veramente farti sentire meglio e contribuire al benessere della società. E’ infatti l’equivalente di non indossare pellicce, smettere di mangiare carne o di comprare carne da allevamenti intensivi. E’ una tua scelta.
 
Si potrebbe argomentare che  gli sweatshops, o come vengono chiamati “fabbriche” in paesi come la Cambogia contribuiscono al benessere economico nazionale, specie dove l’industria della moda è uno dei settori più importanti per l’esportazione. Nessuno sano di mente contraddirebbe questa affermazione, ma l’evidente, ben conosciuto fatto è: chi lavora negli sweatshop lavora in condizioni schiavili, come i polli stretti in una gabbia (per quelli di voi che scelgono di mangiare polli bio, uova di galline allevate a terra etc). La differenza tra i due è ovvia – i lavoratori e lavoratrici negli sweatshops sono esseri umani che letteralmente sudano nelle fabbriche. La maggior parte delle fabbriche non hanno ventilatori, e tanto meno si parla di condizionatori, e spesso lavorano finche’ svengono per la fatica o per la disidratazione. So che è difficile immedesimarsi nelle parole scritte, e quindi vi invito a guardare il documentario menzionato sopra.  Se non possiamo davvero impedire alle persone di lavorare, ed ai governi di guadagnare (quel poco) denaro dall’industria della moda, possiamo almeno provare ad essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo (come ha suggerito una volta Gandhi).

Ci sono alcuni marchi, attivisti, ambasciatori e produttori fair trade e consapevoli e il cambiamento sta davvero avvenendo (anche se molto lentamente). Siamo tutti parte di questo. Io penso che non sia mai troppo tardi per sedersi e pensare alla frase pronunciata da una delle partecipanti al reality show (e aveva solo 17 anni!): “Noi siamo ricchi solo perché loro sono poveri”. “Ricchi” è relativo in questo caso, ma alla fine, noi possiamo permetterci tonnellate di vestiti (che sia moda ‘fast’ o firmata) solo perche’ loro li producono quasi gratuitamente. Che cosa succederebbe se comprassi una t-shirt per il prezzo di tre? Forse una 19enne che lavora in una fabbrica per supportare la sua famiglia di 8 persone potrebbe avere una bottiglia di acqua gratis durante la sua giornata lavorativa.