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Più investimenti per il Coronavirus? Sì, ma anche per le donne

di Federica Gentile | 6 Marzo 2020

Donne che cammina lungo un muro giallo.
Photo by Rodion Kutsaev on Unsplash

In questi tempi di incertezza per il Coronavirus avrete senza dubbio letto o sentito parlare di investimenti necessari per fare ripartire l’economia.
Solo pochi giorni fa Confindustria con il documento Assi portanti di azione e reazione all’arretramento dell’economia ha dichiarato che occorre, secondo quanto riportato sul Sole 24 Ore, “un grande piano massivo di investimenti che punti a realizzare infrastrutture materiali, sociali e immateriali all’avanguardia”. E sottolinea che “servono investimenti pubblici, serve riattivare rapidamente tutti i cantieri e non solo quelli delle opere considerate prioritarie: la domanda pubblica deve compensare l’arretramento di quella privata”.

Per quanto naturalmente investimenti per le infrastrutture fisiche siano necessari, sarebbe sicuramente molto importante investire massicciamente nelle infrastrutture sociali. Lo dimostra lo studio “Investing in the care economy” del Women’s Budget Group, che ha preso in considerazione sette paesi OCSE, tra cui l’Italia, con l’obiettivo di valutare l’impatto di investimenti pubblici in infrastrutture sociali (istruzione, servizi sanitari e di cura, e in particolare, attività di cura rivolte a gli anziani ai bambini in età prescolare e per i/le disabili) piuttosto che in infrastrutture fisiche (edilizia, costruzione di strade e ferrovie).

Il risultato in breve: in tutti i paesi considerati investire nella cura avrebbe un effetto maggiore sull’occupazione e diminuirebbe il divario di genere tra uomini e donne occupati – che in Italia è intorno al 19%.

Insomma, investire in infrastrutture sociali, e nella cura in particolare, “aiuterebbe ad affrontare alcuni dei problemi delle nostre economie attuali: bassa produttività, deficit di cura, cambiamenti demografici, e la persistente disuguaglianza di genere nel lavoro pagato e non pagato”. (p.6)

La tabella in basso illustra gli effetti diretti di un investimento equivalente al 2% del PIL di ciascun paese considerato nel settore della cura o dell’edilizia.

Il maggior numero di posti di lavoro creati nel settore della cura è dovuto a vari fattori 1) il fatto che il settore della cura è a maggiore intensità di lavoro di quello delle costruzioni – quindi necessita di più persone 2) chi lavora nella cura di solito è remunerato/a di meno 3) chi ha un impiego nel settore della cura ha più probabilità di lavorare con contratti che possono prevedere un minore numero di ore.

La terza colonna mostra il FTE (full time equivalent) cioè i lavori full time effettivamente creati. Sotto tutti i punti di vista, investire in infrastrutture sociali è più efficiente. Se poi andiamo a guardare l’impatto sul tasso di occupazione di uomini e donne, poiché le costruzioni e la cura sono settori molto segregati per genere, si vede come per aumentare l’occupazione femminile – particolarmente importante nel nostro paese, dove il tasso di occupazione femminile è del 50%  – è necessario investire nella cura.

Naturalmente cioè dovrebbe essere accompagnato dall’impegno dei governi a lavorare per diminuire la segregazione occupazionale, aumentando la percentuale di donne nelle costruzioni e la percentuale di uomini nel settore di cura. Comunque sia, anche se la segregazione per genere persistesse, investire nella cura sarebbe  comunque un modo molto efficace per diminuire il divario di genere nell’occupazione. 

Nel caso dell’Italia, investire nella cura genererebbe posti di lavoro che per l’85% andrebbero a donne, e dunque aumenterebbe il tasso di occupazione femminile del 2,4%, mentre un investimento nelle costruzioni lo aumenterebbe dello 0,­1% , come si vede nella tabella in basso.

Se poi si considerano insieme gli effetti diretti, indiretti (aumento di richiesta da parte delle industrie considerare di ulteriori prodotti e servizi da altri fornitori) ed indotti (l’aumentata occupazione comporta un aumento dei consumi delle famiglie) sull’occupazione di questi investimenti, si ottengono i seguenti effetti:

Il settore della cura generebbe nel nostro paese 945.655 posti di lavoro, con un aumento totale dell’occupazione del 2,4% (investire nelle costruzioni determinerebbe un  aumento dell’occupazione totale dell’1,6%), non solo – come si vede nella tabella in basso –   determinerebbe un aumento del 3,3% del tasso di occupazione femminile contro lo 0,7% dovuto ad un investimento nelle infrastrutture fisiche.

Infine, in tutti i paesi considerati, investire nell’edilizia aumenterebbe il gender gap nell’occupazione (in Italia +9%­­­), mentre investire nella cura in tutti i paesi considerati diminuirebbe il gap di genere nell’occupazione (in Italia -9%).

Investire in infrastrutture sociali, e soprattutto nella cura, sarebbe una strategia vincente sotto molteplici punto di vista, e un’ottima alternativa all’austerity, che, con i tagli all’istruzione, salute e welfare  è emersa – non allo stesso modo ovunque – come LA strategia per affrontare la recessione nel 2008.

Il che ha portato conseguenze molto gravi, anche a livello di salute delle persone: una ricerca condotta in Inghilterra rileva che l’aspettativa di vita per donne e uomini è ferma (dopo un trend di aumento) dal 2010 e che sta in realtà diminuendo soprattutto per le donne povere.
Secondo la BBC tra le donne che vivono nel 10% delle aree più povere dell’Inghilterra, l’aspettativa di vita è calata nel periodo 2010-2012 e 2016-2018 e più un’area è economicamente depressa minore è l’aspettativa di vita. Non solo, è in generale aumentata la quantità di tempo in cui la gente è ammalata.

Da più parti si è osservato che questo peggioramento della disuguaglianza per quanto riguarda la salute in aree economicamente depresse (nelle aree più ricche l’aspettativa di vita si allunga) sia anche legato ad una decade di politiche di austerity e al fatto che c’ è stato un aumento nella disuguaglianza a livello economico. Chi ne paga il prezzo sono le persone e le comunità più vulnerabili.

D’altra parte, già un report UN di qualche anno fa osservava che politiche di austerity fanno sì che il governo britannico stia fallendo nell’ “adempiere al proprio obbligo di massimizzare le massime risorse disponibili per l’implementazione dei diritti economici, sociali e culturali.”  In sintesi, la posizione è che l’austerity di fatto violi i diritti umani dei cittadini e delle cittadine britannici. E non solo, aggiungiamo noi.

Che l’austerity faccia male a tutti, ma soprattutto alle donne povere, non è una novità: Alicia Girón, economista femminista ed ex presidente di IAFFE, nel 2015 ha dichiarato:

“L’ austerity diminuisce il numero di posti di lavoro esistenti e danneggia i posti di lavoro che già esistono. Quando i salari diminuiscono, le donne devono “spremere” il loro budget e il budget familiare. E’ vero anche per gli uomini, ma è peggio per le donne, perche’ c’è stata una trasformazione nelle famiglie. La famiglia classica del dopoguerra era costituita dai genitori e forse da due o tre figli. Non più. Ora sempre più famiglie sono formate da madri che si prendono cura dei bambini da sole.”

I tagli al settore pubblico si sono tradotti in Gran Bretagna ed in Europa in una perdita di posti di lavoro ingente soprattutto per le donne, che di solito costituiscono il 70% dei lavoratori nel settore pubblico. Inoltre, si stima che 200,000 bambini in UK siano in condizioni di povertà come conseguenza dell’austerity.

Questa situazione non riguarda solo la Gran Bretagna, ma, in misura e modi diversi, l’Europa, andando anche a toccare anche le donne vittime di violenza: “L’impatto dell’austerity sulla violenza domestica e sulla perdita di autonomia sociale ed economica per le donne è già stata notata in altri paesi europei, soprattutto in Grecia ed in Spagna. In Gran Bretagna, i dati dimostrano che la crisi economica e le misure di austerity stanno seriamente impedendo gli sforzi per combattere la violenza domestica”.

Questi dati dimostrano inequivocabilmente che 10 anni di austerity hanno danneggiato le persone più vulnerabili nella nostra società, è che certamente è ora di investire, ma che è anche necessario pensare all’impatto di genere del tipo di investimenti che è necessario fare, non puntando unicamente sulle infrastrutture fisiche.