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4 scenari per il futuro dopo il Covid (anche delle donne)

di Giovanna Badalassi | 21 Maggio 2021

4 scenari futuro post covid

Ecco, pare che ora ci siamo arrivati veramente: i vaccini stanno facendo effetto e, incrociando le dita,  si comincia a parlare di riaperture e di ritorno alla normalità.

In via di superamento la grande crisi, si apre però ora l’incognita del futuro dopo il Covid. Che succederà nei prossimi mesi? Anni? Tutto tornerà come prima? Meglio? Peggio?

Non avendo la sfera di cristallo, ed escludendo la lettura dei tarocchi, che hanno pur sempre un loro fascino ma sui quali non baserei decisioni importanti, possiamo invece usare la logica per inquadrare le possibili alternative per l’Italia e ipotizzare il loro impatto sulla condizione femminile.

Grazie ad una tecnica propria della futurologia, che prende in esame due fattori importanti che condizioneranno il futuro e ne analizza le combinazioni, un ricercatore inglese ha infatti prospettato 4 possibili scenari rispetto a:

a) I valori dell’economia e della società: profitto o benessere?

Si tratta di due estremi opposti: usare i soldi per massimizzare lo scambio e il profitto oppure, al contrario, usarli per massimizzare il benessere delle persone.

b) Il ruolo dello Stato: forte o assente?

I due estremi in questo caso sono quelli di un forte ruolo centrale e interventista dello Stato o, viceversa, un ruolo debole e assente.

Vediamo quindi i quattro scenari di futuro che emergono combinando questi fattori, e quale modello di donna-tipo prevarrebbe nella società:

1 –Capitalismo di stato: Profitto e Stato forte -> la guerriera

E’ lo scenario del “Money first” con un modello di sviluppo basato sul capitale. La società e l’economia hanno come finalità unica il profitto al quale sacrificano anche il benessere collettivo. Lo Stato che riflette una simile società ed economia è comunque forte ed orientato ad assecondare questo obiettivo favorendo un intervento economico massiccio, sia in termini di contributi alle imprese che di investimenti infrastrutturali, chiedendo pochi soldi con le tasse e con un minimo ruolo regolativo giusto per preservare il funzionamento del mercato. E’ quello che abbiamo visto l’anno scorso all’inizio della crisi in alcuni paesi come l’Inghilterra (vi ricordate l’immunità di gregge all’inizio) o gli Stati Uniti (Trump che negava la pandemia e girava senza mascherina ma finanziava sostegni alle imprese).

Si tratta quindi di uno scenario dallo stampo culturale soprattutto anglosassone, con dinamiche escludenti nel quale le donne più forti e strutturate stanno al gioco del profitto ed entrano in una dimensione neoliberista nella quale si fa carriera ma ci si arrangia individualmente per il proprio benessere.

Le donne meno forti e poco strutturate rimangono invece invisibili e ai margini della società, fanno lavori sottopagati che comunque un’economia simile in qualche modo produce (colf, domestiche, badanti, ecc) . Non esiste infatti o quasi un welfare pubblico di Stato, perché non ci sono né i soldi né la volontà di spenderli per il benessere e si creano diseguaglianze economiche e sociali micidiali anche tra le donne.

Lo stereotipo femminile che interpreta meglio questo scenario è quindi quello della donna guerriera, sfinita dalla battaglia, anche se non lo ammetterà mai, con un ottimo stipendio che le permette di pagarsi il welfare di tasca propria.

2. Barbarie: Profitto e Stato Debole-> la martire

Il valore predominante continua ad essere quello del mercato e della massimizzazione del profitto, ma in questo caso si produce un’assenza dello Stato che non protegge né il mercato né i cittadini/e attraverso il welfare. Il mercato scatena così i peggiori istinti e si dedica ad una massimizzazione del profitto predatorio, non paga o evade le tasse, e lascia vuote le casse dello Stato. La politica viene lasciata ad una cerchia ristretta di pochi che cercano di scappare con il bottino rimasto mentre la gente è troppo preoccupata di sopravvivere per interessarsene. È uno scenario da liberi tutti e del si salvi chi può, già sperimentato nel 2008 con l’Austerity in Grecia e che porta verso il default del paese.

In questo caso anche le donne sono in una spirale distruttiva nella quale non hanno lavoro, neanche quello sottopagato, né welfare. Si arrangiano con l’economia gratuita e familiare, ma sono lacrime e sangue per tutte e tutti.

Lo stereotipo di donna che meglio interpreta questo scenario è quello della martire, madre di famiglia silente che si sacrifica per tutti in un contesto drammatico.

3. Mutuo aiuto: stato debole e benessere -> la volontaria

In questo caso nella società e nell’economia prevalgono i valori del benessere della persona, ma in un contesto di assenza o incapacità dello Stato di intervenire in modo consistente nel welfare o nello sviluppo economico. Si sviluppano così nella società forme diffuse e parcellizzate di solidarietà e di mutuo aiuto, individualmente nobili e preziose per tutelare la pace sociale e aiutare i più deboli, ma inefficienti dal punto di vista del sistema. Non bastano infatti a stimolare le variabili macroeconomiche della ripresa. È uno scenario che conosciamo molto bene in Italia, abituati all’arte dell’arrangiarci in uno Stato che negli ultimi 40 anni soprattutto non ha mai brillato per efficienza e che molto spesso viene sostituito dall’attività del terzo settore.

Le donne sviluppano una forte solidarietà collettiva che permette loro di appoggiarsi ad un welfare informale, si aiutano tra di loro, lavoricchiano ma non abbastanza da stare bene. Soprattutto, non crescono, né economicamente né professionalmente.

Lo stereotipo di donna più premiata socialmente in questo caso è quello della volontaria dedita al prossimo ma con un lavoro ai limiti della sussistenza e senza prospettive che si organizza un welfare informale con l’aiuto delle amiche e dei parenti.

4 – Socialismo di Stato: benessere e Stato forte -> la femminista

Si tratta di un modello di sviluppo economico e sociale appoggiato sulla crescita personale ed economica delle persone. In questo caso il valore predominante nell’economia e nella società è il benessere che viene anche garantito da uno Stato interventista sia nel welfare che nelle politiche di sviluppo economico. Ciò presuppone un elevato livello di consapevolezza sociale diffusa ed uno Stato efficiente in grado di trovare un punto di equilibrio tra l’utilizzo massiccio delle risorse pubbliche per le persone e per il sistema economico senza scendere nell’assistenzialismo, ma anzi riuscendo a stimolare la fiducia e l’intraprendenza dei cittadini/e. Investire sulle persone significa promuovere un mercato competitivo all’interno di un quadro di regole condivise, nel quale si pagano tasse o si fa “debito buono” per avere risorse da spendere per lo sviluppo umano: si finanzia così un welfare pubblico importante che investe in scuola, sanità, sociale (sì, le vituperate spese correnti), facendo crescere persone poi in grado di contribuire attivamente anche all’economia del paese.

Questo è lo scenario più favorevole alle donne, tutte e non solo alcune: un forte welfare pubblico e collettivo infatti esternalizza il lavoro di cura prima fatto in casa soprattutto dalle donne, che diventa così dignitosamente retribuito. Tante donne trovano lavoro nel welfare pubblico, tante altre sono sostenute con servizi adeguati per l’infanzia, gli anziani, il sociale e possono trovare a loro volta lavoro. Anche gli uomini chiaramente ne beneficiano, ma, dato che la cura è ancora soprattutto in mano alle donne, il vantaggio per queste è enormemente superiore.

Non è un’utopia come sembra. Alcuni paesi nordici sono già così e anche in Italia a cavallo tra gli anni 60 e 70 abbiamo vissuto un periodo di questo tipo, anche se poi dopo lo Stato non è stato abbastanza efficiente e ha dilapidato il dilapidabile.

Lo stereotipo di donna più premiata socialmente in questo caso è quello della donna emancipata e istruita che fa un lavoro che le piace e adeguatamente pagato, magari ha pure una famiglia (tradizionale o no), figli, ed è anche attiva politicamente. Una femminista, insomma.

Ecco, queste sono le quattro strade che abbiamo davanti, voi quale preferite?

In realtà sono quattro alternative volutamente portate al limite, sappiamo che la realtà è molto più complessa di così e che certamente si mescolano tutte le situazioni e tutti i role model femminili a seconda dei momenti, delle circostanze e dei territori. È inevitabile comunque che l’Italia nei prossimi anni dovrà prendere una direzione prevalente tra uno di questi scenari, pur se mitigato da elementi degli altri tre.

Direi che non ci sono dubbi che il socialismo di Stato, integrato (ma poco) dal mutuo aiuto, sia lo scenario più difficile ma anche quello che produce maggiore benessere per tutti, anche per le donne, e che quelli del capitalismo di stato e della barbarie portino invece a costi umani, sociali ed economici insostenibili.

Il timore forte, fortissimo, è però che l’Italia, per evitare la prospettiva della barbarie, stia virando di più verso un modello di capitalismo di Stato e che solo un residuo di welfare pubblico si salverà, grazie anche alle toppe che ci metterà il solito eroismo del mutuo aiuto.

Ma speriamo di sbagliarci, ovviamente.

L’unica certezza che emerge da questo esercizio di ragionamento, è anche le donne sono coinvolte in questa scelta: non siamo per niente avulse dalla storia, come troppo spesso ci piace rappresentarci, ma anzi ci stiamo ben immerse fino al collo. Oggi infatti le cose sono cambiate rispetto ai secoli che ci hanno preceduto e non dobbiamo più solo subire da vittime le conseguenze degli eventi, ma possiamo anche determinare il destino.

Da quando abbiamo il voto e la possibilità della partecipazione non ci sono più scuse: il futuro del paese è anche nelle nostre mani.

Fonte foto: Photo by Garidy Sanders on Unsplash

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