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Il femminile e il cambio di paradigma “dopo” il Covid19

di Eleonora Pinzuti | 4 Maggio 2020

Il femminile e il cambio di paradigma dopo il Covid 19

Dove si parla di una favola, di cosa le donne possono e ‘debbono fare’ nella pandemia e di una diversa visione della Storia (addirittura!)

Prima di tutto una favola: il colibrì, il leone e l’incendio.

Dall’inizio della pandemia è comparsa, in rete, una favola. Questa favola racconta di un colibrì, di un incendio e di un leone. Il plot (la trama) è più o meno questo: scoppia un incendio nella foresta e, mentre il “re della foresta”, cioè il leone, ordina a tutti di rifugiarsi nelle rispettive tane, un colibrì, insensibile al comando, va al fiume e, portando nel becco le poche gocce d’acqua che riesce a trasportare, le getta sull’incendio. Quando il  leone lo redarguisce per l’inutile sforzo, il colibrì risponde, semplicemente: «Io faccio la mia parte».

Se la favola è metaforica per statuto letterario, non è così importuno pensare che il Leone, il “re della foresta”, rappresenti simbolicamente il potere maschile mentre il colibrì, privo di autorità, il femminile: le quattro gocce d’acqua per spengere l’incendio possono rappresentare il lavoro invisibilizzato e volutamente sottostimato, come quello del colibrì, delle donne.

Questo, fino a ieri. Ma, mentre scrivo, vi è la forte percezione che la pandemia da Covid-19 sovverta e proponga di ripensare qualsiasi elemento precedente.

Del resto, SARS-COV-2 non si sta rivelando un virus ‘meramente’ biologico ma anche morale, economico e strutturale e, proprio per questo, ci obbliga ad interpellare una realtà inattesa con una epistemologia differente. Gli scenari immaginari che si propongono alla nostra analisi infatti possono essere sia utopici, cioè benevoli (il famoso refrain: ‘ne usciremo migliori’: ma chi? In che modo? Questo dovremmo chiederci volessimo puntare sulla pro-azione) sia distopici, dunque fortemente preoccupanti (crollo della occupazione mondiale, aumento della criminalità come risposta alle crisi nazionali, dittature mascherate da interventi emergenziali, controllo sociale via app, crisi ambientali e così angosciando).

In sostanza, è ineludibile porsi una domanda: che fine vogliamo far fare alla foresta? E, in questo scenario, quale ruolo dare a quei “leoni” che non ne hanno impedito la distruzione? Cosa possono fare invece i colibrì? Insomma, fuor di metafora: che ruolo giocano le parità di genere in pieno incendio, pandemico e non?

Dove si narra di donne, di Covid-19 e di un rovesciamento valoriale

Ci sono dei dati, del tutto empirici, che la Cina aveva già rilevato durante il contagio: gli uomini muoiono di più delle donne per Covid-19[1]: non solo, hanno complicazioni maggiori e decorsi più lunghi. Questo potrebbe implicare il fatto che le donne tornino nei luoghi di lavoro anticipatamente o, addirittura, se ne allontanino meno. Anche Ilaria Capua, nella trasmissione Di martedì del 24 Marzo 2020 ha affermato che: «Le donne sembrano essere più resistenti,»[2] e l’immunologo Alberto Mantovani rileva che «in Lombardia l’82% dei ricoverati in Terapia intensiva per Covid-19 sono maschi. E i dati generali mostrano che c’è una differenza di più di due volte nella mortalità e nelle patologie gravi fra uomini e donne. È indubbio: l’universo femminile resiste meglio»[3]. Più recentemente, il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo [4]  dove individua le ragioni nel ruolo degli estrogeni e del doppio cromosoma X, rileggendo per altro le proporzioni della mortalità in modo più cauto[5].

Le implicazioni di una tale differenza (è il caso di dirlo) potrebbero essere davvero fondamentali nella cosiddetta fase 2 o 3 che dir si voglia:

le donne, come accennato sopra, potrebbero essere più attive e presenti nei luoghi decisionali durante le previste “ondate di ritorno” della pandemia, rientrare a lavoro prima[6], ammalarsi di meno e guarire con più celerità, offrendo così un contributo essenziale per la tenuta dei Paesi e delle Governances. Di contro, però, va evitata la tentazione di “responsabilizzare” il femminile oltre ogni liceità, chiedendo magari alle donne una assunzione di rischio che le vedrebbe (ci vedrebbe) di nuovo “sacrificabili e sacrificate” all’interno del contesto ri-produttivo. Del resto la trappola delle donne multitasking (una ‘qualità’ femminile che è frutto delle molteplici assunzioni di ruoli) produce già uno stress di genere evidente: aggiungervi il Covid è davvero troppo.

Inoltre, un dato simile, quello cioè della supposta resistenza delle donne al virus, rischia da solo di non influenzare le modalità con le quali gli assetti storico-sociali continuano a prodursi. Ciò che invece può rovesciare gli assunti è una presa in carico, da parte del pensiero femminile e femminista, del rovesciamento valoriale che l’evento Covid-19 (va infatti letto come dato situazionale) apporta inevitabilmente alle nostre interrogazioni. Con l’espressione non intendo tanto o soltanto la volontà di occupare, da parte delle donne, ruoli di potere come ‘possibilità di fare’[7] (che mi sembrano dovuti e legittimi), quanto la produzione di un orizzonte di azione critica che modifichi le distorsioni socio-economiche rese visibili dalla pandemia.

Dove si racconta di quanto il pensiero debole e il sesso debole possano essere efficaci

C’è un aggettivo che ha, a lungo, definito il femminile e le donne: “debole”. Del resto l’espressione  “sesso debole” non è mai stata una mera definizione, quanto piuttosto un dato programmatico volto a motivare le ragioni della minorizzazione (nomen omen).  Ora, il Novecento ha utilizzato lo stesso aggettivo per un ramo della filosofia, il “pensiero debole” che, mettendo in discussione la verità assoluta a cui ha sempre teso il pensiero occidentale, ha dato liceità a forme di verità “relative”, che sono divenute degne di “essere pensate” (mi scuso per la tremenda e corriva semplificazione).

Se c’è un ulteriore aspetto che il Covid-19 ha evidenziato è la natura “artificiosa” di queste mitologiche “debolezze”. Infatti se da un lato le donne sembrano rivelarsi, e contrario, “il sesso forte” per la loro apparente resistenza al virus, dall’altro una visione relativistica e non assoluta del pensare il mondo è maggiormente in grado di fornire soluzioni impensate alla crisi globale. Per questo, nella mia argomentazione, utilizzo l’aggettivo “debole” in senso analogico: per accomunare il sesso/pensiero sotto il segno della capacità di indebolire vecchi assunti e di ingenerare un cambiamento. Esser deboli significa del resto non solo potersi piegare alle circostanze, essere in grado di accoglierle, ma anche essere malleabili, trasformabili, modificabili e pronti (pronte, nel nostro caso) a dare risposte in virtù della possibilità stessa di apertura a nuove strutture di azione. Su un piano socio-politico tutto questo si traduce nella possibilità di mettere in discussione i sistemi ‘forti’ e le loro decisioni, di produrre visioni alternative, di tenere conto delle infinite relazioni e della relatività dei bisogni di molteplici soggetti. Il diktat del Leone durante l’incendio non è, insomma, più assoluto e a questo punto il colibrì deve non solo fare la propria parte ma assumersi la decisione di come salvare la foresta.

Dove si ipotizzano dieci, cento, mille, cento milioni di colibrì

Per tutto il secolo scorso il pensiero femminile e femminista ha posto l’accento sulla necessità di una diversa visione del mondo: dal principio di autodeterminazione dei soggetti a quello della responsabilità collettiva, dai beni comuni (sanità, istruzione, ambiente) alla critica ai sistemi ri-produttivi, dalle battaglie per i diritti individuali alla protezione degli ecosistemi, questi sono stati sommariamente i perimetri all’interno dei quali si sono esercitate generazioni di pensatrici. Tali ipotesi di letture differenti si sono scontrate con sistemi conservatori attrezzati per elidere il dissenso o, nei casi peggiori, per trasformarlo in prodotto di consumo. Il capitalismo si è presentato del resto per almeno due secoli e mezzo come narrazione ‘vincente’ proprio perché i costi dei propri fallimenti sono stati a lungo invisibilizzati dietro un racconto unico e dominante.

In realtà, quel che forse serviva per una convalida contestataria après-coup (cioè posteriore ai fatti), era la visibilizzazione globale della fallacia del sistema. Il Covid-19 ha fatto (anche) questo, ha cioè portato ad emersione la fragilità di sistemi quali la privatizzazione della sanità, i rischi connessi al consumo di territorio e alla deforestazione (di questo parla del resto anche la primatologa Jane Goodal[8]), la necessità di una visione transnazionale e l’importanza di politiche economiche sociali coese e interdipendenti: sostanzialmente quel che il pensiero femminista (generalizzo e lo so), da almeno un secolo, propugna. Come dire che le soluzioni che servono oggi al mondo sono chiare alle donne da almeno un secolo. E giacciono inascolate da allora.

A mo’ di conclusione. Da parte nostra: le donne, i colibrì e la biografia del futuro

Cosa se ne deduce? Che le donne, avendo da tempo immemore il know-how utile al cambiamento ora più che mai necessario, debbono semplicemente esercitarlo: debbono insomma dire quel che sanno e fare quello in cui credono. Comprendo bene come questa affermazione e l’avverbio semplicemente possano risultare quasi offensivamente imbarazzanti in un sistema di costante minorizzazione: eppure non c’è più tempo. Il trauma (in greco: ferita) portato da un evento del genere ha aperto fratture nelle quali è oggi possibile agire il sapere femminile e femminista: agirlo, non citarlo. Ma non sappiamo per quanto tempo queste fratture resteranno aperte: potrebbero essere celermente saturate con le note strategie di dominio. Per questo è necessario aver fretta: sì, come il Bianconiglio di Alice. Attraverso modelli di HerPowerment[9] è necessario quindi produrre una reale presenza femminile de facto, affidandosi a leadership femminili autorevoli e consapevoli; bisogna venga esercitata una arte della investitura della Leadership femminile (chi deve guidare determinati percorsi) senza indulgere in discussioni annose o protagonismi che non possiamo permetterci. Nella Storia ci sono momenti nei quali si deve agire: attimi dove una desiderata biografia del futuro deve guidarci.

Sono convinta sia l’ora che i colibrì facciano la propria parte, portando miliardi di gocce d’acqua per spegnere l’incendio. E senza ascoltare il leone: soprattutto senza chiedere al leone il permesso di poterlo fare.

Da parte nostra deve dunque esserci non solo la presenza ma anche la profonda motivazione a produrre quel cambiamento che da un secolo propugnamo. La profonda convinzione di farlo subito. Facendo ciascuna la propria parte, assieme alle altre.  


[1] https://bit.ly/3cvPudo

[2] https://bit.ly/2vPG0tS

[3] https://bit.ly/3akBzGp

[4] https://bit.ly/2VnhxX2

[5] https://bit.ly/2Khhi9g e https://bit.ly/3b3sEsz

[6] Questo però in linea meramente teorica, poiché i dati attuali mostrano ad oggi che le donne torneranno più tardi nei luoghi di lavoro a fronte di varie ragioni, sia sociali che “tecniche” (cfr. https://bit.ly/3dgWQSr)

[7] Ho dedicato al cocnetto del potere come “poter fare” un intervento a gennaio 2020, del quale è ascoltabile una piccola parte qui: https://urly.it/35nay

[8] https://bit.ly/3bpZkxp

[9] Spiace citarsi addosso (e molto), ma si tratta di strategie trasformative che ho predisposto e di cui do qualche cenno qui https://urly.it/35p0t , qui https://urly.it/35p0w e qui https://urly.it/35p0y

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