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Chi cucinava la cena ad Adam Smith?

di Federica Gentile | 29 Marzo 2020

Ritratto della madre di Adam Smith, Margaret Douglas.
Metz, Conrad Martin; Margaret Douglas, Adam Smith’s Mother; Fife Council.

Cosa sarebbe successo se Adam Smith avesse dato una risposta diversa alla domanda su chi gli metteva a tavola la cena tutti i giorni? Avremmo probabilmente una economia diversa, che valorizzerebbe tutto il lavoro di cura pagato e non pagato, che adesso “scopriamo” come l’unico veramente importante.

Katrine Marçal, nel suo libro “I conti con le donne” – che abbiamo recensito un po’ di tempo fa ma abbiamo ripreso in mano di recente – si chiede chi cucinava la cena ad Adam Smith, padre dell’economia moderna, per procedere ad un’analisi profonda e avvincente della nostra economia e di come le donne, il corpo e la cura, ne siano sistematicamente state escluse.

Adam Smith – un giorno si chiese come il cibo gli arrivasse sulla tavola e si diede una risposta – fatale per l’economia e per il nostro futuro:

“Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio, che noi ci aspettiamo la nostra cena, ma dal loro rispetto nei confronti del loro stesso interesse. Noi ci rivolgiamo, non alla loro umanità ma al loro amor proprio, e non parliamo loro delle nostre necessità ma della loro convenienza.”

Ed ecco servito il principio che domina l’economia e anche la società secondo Smith e molti altri dopo di lui: l’interesse personale, il profitto.
E così la mamma di Adam Smith,  Margaret Douglas, che si è presa cura di lui tutta la vita cucinandogli pranzi e cene, presumibilmente facendogli il bucato e rammendandogli calzini, è stata cancellata dall’economia. Quale era la sua motivazione? L’amore, probabilmente; ma l’amore non c’entra con l’economia.

Solo l’interesse personale ed il profitto motivano gli individui; anzi, ci racconta l’autrice, l’economia diventò la scienza della conservazione dell’amore, e “mise l’amore in un vasetto, ci mise un’etichetta con su scritto “donne” e il contenuto non poteva essere mescolato a niente altro […] questa altra economia era vista come qualcosa di completamente separato […] anzi, non era un’economia per nulla, ma una inesauribile risorsa naturale”.

Da allora in poi, al centro della dottrina economica secondo la Marçal c’è l’ homo oeconomics, vale a dire il figliolino adorato di Adam Smith e di una nutrita schiera di economisti dopo di lui. L’homo oeconomicus è un uomo che agisce motivato solo dal suo interesse ed egoismo, completamente razionale, libero e soprattutto – cosa fondamentale se bisogna basarci una intera scienza su – prevedibile.

Ma attenzione: se l’uomo avido ed egoista piace(va) agli economisti, la donna molto meno – noi siamo a quanto pare per natura votate al sacrificio e da qui ne discende, che sorry, ma l’economia non è proprio il vostro mondo, care donne.

E quindi – conclude la Marçal – la caratteristica fondamentale dell’homo oeconomicus è proprio il fatto di non essere una donna.

Comunque sia, ad un certo punto, finalmente a due ricercatori israeliani – Kahneman e Tversky – viene il dubbio che non siamo tutti/e così: che siamo esseri poco razionali, che collaborano, che si amano (e per questo vincono il Nobel). Però ciò non ha purtroppo significato la fine del nostro amico homo oeconomicus.

La Marçal include nella sua analisi anche il mercato, che nel mondo dell’economia è un’algida unità perfetta ed asettica, che sa sempre ciò che è meglio per noi e meno lo si regola meglio è. Malgrado questo sia il mantra spacciato da molta dottrina economica, il mercato, come si è visto in più e più casi, è in realtà piuttosto instabile. L’autrice ci fa anche notare che descriviamo spesso il mercato come se avesse emozioni e noi stessi come se non ne avessimo. Qualche esempio dal libro: “il mercato si sente insicuro”, “il mercato è depresso” ed espressioni ormai normali come “devo investire nelle mie relazioni personali”. E oltretutto il mercato è anche un tipo bisognoso di cure: se qualcosa va male, va stimolato.

Ma peggio ancora, è anche imprevedibile: l’autrice, scrivendo della crisi del 2008 ci parla di quando nell’autunno del 2008 la Regina Elisabetta chiese ad un gruppo di economisti che parlavano della crisi economica alla London School of Economics se signori miei, non si poteva prevedere questa crisi? Gli economisti risposero di no, ma niente pericolo: gli economisti non avevano previsto la crisi, perché sapevano comunque di non poter prevedere una crisi del genere. Eh?

D’altra parte, la Marçal riporta che John Galbraith, importante economista, un giorno disse scherzando che Dio aveva creato gli economisti per dare una migliore reputazione agli astrologi.

Abbandoniamo il mercato e le sue psicosi per arrivare alle donne, quelle che scombinano sempre tutto – anche l’economia. In questo sistema economico perfettamente asettico, come racconta l’autrice, gli  economisti della Scuola di Chicago aggiungono le donne. Lo fanno però semplicemente subordinandole alla suprema razionalità del mercato, senza cambiare il sistema di una virgola e senza farsi delle domande. Perchè le donne guadagnano meno degli uomini? E’ perché fanno determinate scelte, razionali, e quindi il mercato – che ha sempre ragione- fa sì che siano meno pagate. Aggiungere le donne all’attuale sistema economico, che è la casa del mitico homo oeconomics, non ha funzionato perché il sistema non è cambiato per questo, e, diciamoci la verità, l’economia attuale non fa bene nè agli uomini nè alle donne. Siamo rimaste delle outsiders.

E quindi, “Anche se la parola economia deriva da oikos, che significa casa, gli economisti sono stati a lungo indifferenti a ciò che  accade a casa. La natura votata al sacrificio delle donne le legava alla sfera privata, e quindi la donna non era economicamente rilevante”.

Il lavoro di cura e domestico essendo per sua natura ciclico e non producendo niente di tangibile non era e non è considerato una “vera” attività economica. L’economia sin dai suoi albori ha creato una dicotomia tra amore – che si riteneva dominasse la sfera del lavoro di cura e domestico  – e interesse personale per cui a tutt’oggi tutti i lavori che hanno a che fare con la cura sono pagati poco perché assimilati alla sfera domestica. L’autrice ci ricorda che Florence Nightingale, l’emblema del sacrificio, colei che faceva l’infermiera  considerandola una missione divina, si battè  affinché  il lavoro di infermieri e infermiere fosse meglio remunerato. E adesso più che mai capiamo quanto questo sia necessario.

Arriviamo infine, ad un oggi che secondo la Marçal è dominato dall’economia – ed in particolare dal neoliberismo – in cui l’economia non è solo più un aspetto della vita, ma la categoria attraverso cui interpretiamo molta parte della nostra vita.

Sarebbe invece ora, cercando faticosamente di immaginare un futuro post pandemia, di lavorare per un’ economia diversa, un’economia che accetti che oltre ad una mente abbiamo un corpo, che la cura è necessaria, che al contrario del perfettissimo homo economicus, siamo
tutti dipendenti gli uni dagli altri, che non basta “aggiungere” le donne all’economia senza cambiarla profondamente.

Se si fosse data una risposta diversa alla domanda “Chi preparava la cena ad Adam Smith?”, la nostra economia sarebbe molto, ma molto diversa, più umana.

Se il corpo fosse stato preso seriamente in considerazione come un punto di partenza dell’economia, ci sarebbero state importanti conseguenze a lungo termine […] fame, freddo, malattie, mancanza di cure sanitarie e di cibo sarebbero problemi centrali per l’economia.”

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