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Il K-Pop, la bellezza, e le coreane

di Federica Gentile | 8 Maggio 2023

Il corpo come work in progress: è un po’ l’aria che tira sui social media, che, quando va bene, ci raccontano che tutti i corpi sono belli e validi, ma comunque c’è un prodotto, o mille, che possono migliorare la situazione. Naturalmente si ha il diritto di volere cambiare il proprio corpo se lo si vuole, ma vedere costantemente il nostro corpo come un work in progress risponde anche a delle precise esigenze economiche.

Ne parla Anne Helen Petersen nella sua ultima newsletter, incentrata sugli standard di bellezza in Corea del Sud, in cui evidenzia che concepire parti del nostro corpo principalmente come un problema da risolvere, o, se va bene, una situazione da migliorare è “fondamentale per l’economia e la cultura coreana”. E non solo, ci viene da dire.

Ma restiamo in Corea del Sud e guardiamo i numeri: avere una pelle di porcellana, o provarci rende moltissimo; il settore dell’ormai mitica skincare coreana infatti è il terzo al mondo per importanza, con un valore totale stimato per il 2026 pari a 11 miliardi di dollari. E non si è certo arrivate a questo stato di cose per caso, ma grazie anche a una politica governativa che dagli anni ‘90 ha investito pesantemente nella produzione di una cultura visuale sudocoreana con film, telenovele, video su Youtube, che se da un lato volevano posizionare la cultura coreana come “cool” dall’altro sono stati un veicolo eccezionale per gli standard di bellezza coreani, così come le band di K-Pop i cui cantanti ricorrono ampiamente alla chirurgia estetica, influenzando anche i canoni di bellezza nel paese.

Si tratta peraltro di canoni molto stringenti: il peso ideale è sui 50 kg, con un po’ di flessibilità per l’altezza, la pelle deve essere senza difetti, molto chiara, e gli occhi devono essere grandi. Tutti risultati che si possono ottenere grazie alla genetica, oppure grazie a un sacco di soldi per pagarsi cosmetici e interventi di chirurgia estetica. Non a caso, la Corea del Sud è stata soprannominata la capitale mondiale della chirurgia plastica e circa un terzo delle donne sudcoreane tra i 19 e i 29 anni ha subito un intervento di chirurgia plastica (e solo il 2% degli uomini) e tra le donne tra i 30 ed i 39 anni si arriva al 31%.

Tutto questo accade in un contesto sociale ed economico in cui le donne sono decisamente svantaggiate: il paese è al n. 99 su 146 paesi per l’uguaglianza di genere secondo il World Economic Forum, con una performance particolarmente negativa per la partecipazione economica e le opportunità delle donne, in cui il paese si classifica al n.112 ; rimane rilevante il divario di genere nei salari – il più ampio tra i paesi dell’OCSE – e ci sono alti tassi di violenza contro le donne.

Le coreane fortunatamente non sono state a guardare: anni fa online è nato il movimento #Escapethecorset come protesta contro gli standard di bellezza troppo stringenti, ma anche contro le molestie sessuali, e recentemente si è parlato anche in Italia, del movimento femminista delle 4 B “[che] prende il nome da quattro parole sudcoreane che cominciano con il prefisso “bi”, che indica appunto “no”: bihon, cioè il rifiuto del matrimonio eterosessuale; bichulsan, il rifiuto di avere figli;biyeonae, il rifiuto di avere relazioni romantiche con gli uomini e bisekseu, il rifiuto di avere rapporti sessuali con loro.”

L’obiettivo è di sottrarsi alle aspettative della società riguardo al ruolo delle donne, e di escludere il più possibile gli uomini dalla propria vita: molte di coloro che aderiscono al movimento rigettano anche gli standard di bellezza tradizionali, rifiutando di truccarsi.

Che la rivoluzione cominci sottraendosi agli standard di bellezza?

Immagine: Aiony Haust su Unsplash