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25 Novembre: due volte vittime

di Federica Gentile | 25 Novembre 2021

Photo by Volkan Olmez on Unsplash

Per il 25 novembre del 2021, Giornata Internazione contro la violenza di genere, abbiamo la sensazione dell’ennesimo déjà vu. Abbiamo già visto i titoli di articoli che gustificano il femminicidio con la fine di un amore, abbiamo già visto e rivisto gli articoli che descrivono uomini che molestano, picchiano, stuprano, che uccidono, come in fondo brave persone, padri e capofamiglia devoti.

Questa narrativa contribuisce in modo indiretto a giustificare la violenza stessa, come afferma Mary Anne Franks: “Il messaggio è che, in primo luogo, usare la forza per disciplinare le donne come una punizione per aver preso decisioni autonome [come terminare una relazione], è accettabile. […] quando la risposta ad aggressioni sessuali spesso non include una disamina delle scelte fatte da chi è responsabile della violenza ma si focalizza sulla vittima – che cosa indossava, se flirtava, se aveva bevuto, dove è andata – si manda il messaggio che le donne devono sacrificare la propria libertà per evitare di essere vittimizzate”. (p.957)

Se i messaggi che passano i mezzi di informazione non sono rassicuranti, anche dal punto di vista della protezione da parte dello Stato non siamo messe poi tanto meglio. ll rapporto della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio rileva che anche se le leggi che proteggono dalla violenza di genere ci sono, e sono buone, nella pratica le cose sono ben diverse.

Spesso le donne che denunciano non vengono credute, non si applicano come si dovrebbe le misure cautelari, e quando si arriva in tribunale succede che “[s]ui 118 processi arrivati a sentenza per i femminicidi considerati dalla Commissione parlamentare, ci sono state 98 condanne, 19 assoluzioni, un patteggiamento.” Linda Laura Sabbadini commenta a questo proposito che, per quanto riguarda i femminicidi, ” sono di meno gli autori condannati a ergastolo e a 30 anni di quelli condannati a meno di 20 anni”.

Se guardiamo poi alle risorse economiche per combattere la violenza contro le donne in generale, è chiaro che se a parole la violenza di genere e la protezione delle vittime sono una priorità, il dossier di Action Aid “Cronache di un’occasione mancata” riporta che solo il 2% delle risorse stanziate per il 2020 ha raggiunto i centri antiviolenza. Infine, è di ieri, 24 novembre, la notizia della presentazione del nuovo piano Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne, ispirato dalle linee guida della Convezione di Istanbul. Purtroppo, ha fatto notare l’associazione nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, le associazioni antiviolenza non sono state coinvolte nell’elaborazione del piano presentato dalla ministra Elena Bonetti. Il tutto accade peraltro mentre per via della pandemia ed i lock down, la violenza sulle donne è aumentata.

Le donne vittime di violenza rischiano quindi di esserlo due volte: prima di chi le maltratta, violenta, e le uccide e poi vittimizzate dai media e dallo Stato; spesso non sono credute e non sufficientemente tutelate.

Di conseguenza, molti, troppi uomini (anche se lo sappiamo, #nontuttigliuomini) non hanno abbastanza paura delle eventuali conseguenze delle proprie azioni quando si tratta di violenza contro le donne. E questo ci lascia vulnerabili, perennemente in attesa che qualcosa cambi a fronte delle nostre puntuali proteste: la cultura, le leggi, il linguaggio usato dai quotidiani, etc.

Mary Anne Franks risponde a questo stato di cose partendo dall’osservazione che c’è un chiaro squilibrio di genere sull’uso della violenza (l’autrice ritiene che la violenza sia una forza neutrale, non la considera negativa) infatti: “Gli uomini hanno paura di usare violenza ad altri uomini, anche quando è giustificata, ma le donne raramente reagiscono contro la violenza ingiustificata degli uomini, e lo stato fa poco per lottare al posto delle donne. Al tempo stesso, le donne sono spesso punite dagli uomini o dallo stato per la violenza contro gli uomini, anche quando è giustificata.” (p.931).


L’autrice sostiene quindi che a questo squilibrio si possa rimediare non solo lavorando per diminuire la violenza degli uomini nei confronti delle donne, cosa che evidentemente non è semplice da ottenere, specie in un contesto legale e culturale che incoraggia/non punisce abbastanza la violenza contro le donne, ma anche attuando cambiamenti a livello culturale e legislativo che rendano meno “facile” per gli uomini ricorrere all’uso della violenza, e più facile reagire per le donne quando si è in situazioni di pericolo, superando l’idea che il difendersi, l’aggressività siano tabù per le donne, mentre è normale per un uomo essere aggressivo: “L’aggressività da parte delle donne è considerata come un’ innaturale e sgradevole trasgressione, perché l’aggressività è un segno di differenza sessuale.” (p.960)

Non vogliamo certamente arrivare ad un Far West in cui ognuna si faccia giustizia da sola ma ci chiediamo quanti 25 novembre dovremo ancora attendere per vedere dei cambiamenti reali e quante vittime di violenza dovranno pagare – spesso con la vita – il prezzo per una società che non cambia abbastanza in fretta, e per uno Stato che sicuramente potrebbe fare di più per tutelarci.

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