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Mascolinità in guerra: Putin contro Zelensky

di Federica Gentile | 18 Marzo 2022

Come al solito, anche in guerra, come del resto in qualunque cosa, c’entra il genere. Eh no, non vogliamo cadere nel solito stereotipo per cui uomini=guerra, donne=pace perché si sa, diamo la vita e siamo mogli e madri, ma  vogliamo analizzare i due tipi di mascolinità in gioco nell’aggressione russa all’Ucraina, ovvero Putin contro Zelensky.

Premettiamo che  l’invasione dell’Ucraina è innanzitutto una tragedia e non è una diretta conseguenza della mascolinità incarnata da Putin: ci sono complesse ragioni geopolitiche dietro questa aggressione, e il modello di mascolinità incarnato da Putin va senz’altro considerato, ma insieme a molti altri fattori. 

Neanche volendo avremmo trovato due esempi così perfetti di diversi tipi di mascolinità: Putin ci tiene molto all’immagine di macho ci sono tutta una serie di foto in cui lo abbiamo visto cavalcare e pescare virilmente  a torso nudo. Insomma, ci tiene  a mostrarsi aitante, muscoloso (classico segno di mascolinità) ed evidentemente non teme i colpi d’aria. Si tratta di immagini che – non ci vuole un genio per capirlo – vogliono ribadire senza possibilità alcuna di equivoci che abbiamo a che fare con un maschio “vero”.

Niente di nuovo sotto il sole: come ci insegna Michael Kimmel, la preoccupazione somma – qui decisamente esacerbata – di molti uomini (Kimmel in particolare si riferisce a maschi bianchi, ed etero) è in generale quella  di ribadire alla prima occasione che si è “maschi abbastanza”; la mascolinità ha uno status precario, che non è mai raggiunto pienamente e per sempre. Questo continuo rinforzare lo status di “vero uomo” costa peraltro un prezzo piuttosto salato agli uomini, che in generale godono di peggiore salute mentale delle donne, e alle donne e minoranze etniche e sessuali che vengono sminuite,  discriminate, quando non abusate perché, semplicemente, sono viste come “femminili” e quindi, per definizione, inferiori.

Il linguaggio si allinea a questo stato di cose, come osservato da Anna Di Lellio riguardo a Putin: “Il linguaggio di Putin è un linguaggio di guerra che ha di mira la soggezione del nemico attraverso la sua femminizzazione e la chiamata a raccolta attorno a sè dei “veri uomini” pronti allo stupro di chi, dentro e fuori il campo russo, non è d’accordo con lui.” Questa esibizione di mascolinità grottesca e, a questo punto, terrificante, è peraltro il marchio di un regimeautoritario (pensiamo a Mussolini che si faceva ritrarre, anche lui, a torso nudo) e parte di una deliberata strategia che oppone  l’uomo forte ai deboli, “femminili” oppositori politici. Trump e Bolsonaro sono altri due ottimi esempi in questo senso.  

E poi abbiamo Zelensky, il presidente dell’Ucraina, ebreo (esiste un classico stereotipo sulla debolezza e scarsa prestanza fisica degli uomini ebrei) ed ex comico che non potrebbe incarnare un modello di mascolinità più diverso da quello di Putin. Zelensky nella sua variegata carriera ha vinto l’edizione ucraina del 2006 di “Ballando sotto le stelle” e gira in rete un suo video dove balla e anche bene, su dei vertiginosi tacchi. La mascolinità incarnata da Zelensky non potrebbe essere più lontana da quella incarnata da Putin siccome si tratta di una mascolinità che contiene anche tratti caratterizzati tradizionalmente  come femminili, e che soprattutto non teme questa associazione alla femminilità come segno di debolezza. Zelensky fa anche spesso riferimento alla sua famiglia:  ha invitato impiegati ed impiegate a  mettere negli uffici pubblici le foto dei loro bambini/e invece che il suo ritratto ufficiale e quando gli è stato chiesto se avrebbe usato armi chimiche ha risposto “sono un padre”. 

Zelensky invia un messaggio di forza ma anche di cooperazione e umanità, senza voler dare l’impressione di essere invulnerabile; “Zelensky è anche un modello di vulnerabilità, non solo con il suo aspetto sempre più arruffato e logoro, ma anche attraverso l’ammissione delle proprie paure e le sue aperte e appassionate richieste di assistenza all’Unione Europea e alle nazioni solidali in tutto il mondo.”

Zelensky, senza volerlo santificare (per esempio,  i Pandora Papers hanno rivelato che Zelensky e la sua famiglia beneficiano di una rete di società offshore creata nel 2012) rappresenta in occasione dell’aggressione russa dell’Ucraina,  un modello di mascolinità più nobile di quella incarnata da Putin, un vero e proprio antidoto alla prevaricazione; Zelensky, la cui popolarità era peraltro in calo, ha saputo, in un momento estremamente drammatico, fare appello alla connessione tra le persone, ai valori che condividiamo come esseri umani con i suoi tratti di leader “materno”, ed è diventato un eroe. 

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