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Tutte le lezioni di Jacinda Ardern, la leader materna

di Giovanna Badalassi | 20 Gennaio 2023

Per noi di Ladynomics non è stata affatto una bella notizia: Jacinda Arden, la nostra paladina, quella che ogni volta che apriva bocca ci svoltava la giornata, si è dimessa.

Negli anni l’abbiamo seguita e apprezzata in ogni sua mossa, e anche ora che si è dimessa a sorpresa, l’ha fatto da signora, quale è.

Ha scelto motivazioni umane per lasciare, dicendo che è esausta e che non ne può più. Anche in questo saper lasciare si è rivelata pioniera e precursora di un nuovo stile di comando, che a nostro parere dovrà essere quello del futuro. Per salvarci dal cambiamento climatico abbiamo infatti bisogno di una classe dirigente capace di nuove visioni e grammatica politica, votata alla cura delle persone e alla riparazione del pianeta, che poi è la stessa cosa.

Questa postura di comando, qui a Ladynomics, la chiamiamo leadership materna.

Ne abbiamo già parlato in diversi post, di questo nuovo e diverso modo di essere leader: umano, gentile, empatico, al servizio dei cittadini e delle cittadine e non al loro comando. Capace di imporre anche decisioni impopolari in nome del benessere di tutte e tutti. Implacabile e decisa quando serve, ma anche capace di emozioni e di riconoscere senza paura le proprie fragilità. Non sono da sempre così, in fondo, le nostre madri?

Sulla commozione che ha accompagnato il discorso di addio di Jacinda Ardern si è detto il tutto e il contrario di tutto.

Molti/e ci hanno marciato con il solito stereotipo della donna psicolabile. Altri/e hanno benedetto le lacrime (che non ci sono state) come massima espressione di femminilità. Qualcuno/a, invece, ha gridato allo scandalo perché, insomma, se hai un simile potere devi dimostrare di avere il controllo, come chiunque abbia in mano la vita delle persone.

Noi la facciamo molto più semplice. Un conto è non avere emozioni, un altro è saperle controllare e reprimere, un altro è, piuttosto, saperle usare e gestire.

I leader senza emozioni sono molto pericolosi per la collettività, e la storia ce ne restituisce crudeltà inenarrabili.

Leader che controllano e reprimono le proprie emozioni sono invece una via di mezzo, votati all’autodistruzione nel medio lungo termine, quindi magari capaci di una stagione d’oro, ma nel complesso poco efficaci.

Leader che sanno invece, alla bisogna, suonare le proprie emozioni come uno strumento .. beh, qui siamo davvero in un altro campionato, e Jacinda Ardern senza dubbio ne è la migliore esponente.

Durante il suo mandato ha usato infatti le emozioni come una clava pacifica. Adesso, per lasciare, ha usato la commozione e la vulnerabilità per silenziare ogni accusa, negatività o lancio degli stracci che accompagna sempre momenti di questo tipo. Grazie all’uso sapiente delle emozioni, Jacinda Ardern esce insomma di scena avvolta in un’aurea di positività e con una immagine immacolata, qualsiasi cosa deciderà di fare dopo si è già spianata la strada.

Quindi, debole lei? Davvero? Ma va.  

Quella che una visione maschile chiama debolezza è in realtà la vera forza nascosta in ogni madre e in ogni bambina che è stata allevata per esserlo da grande, a prescindere dall’avere poi avuto figli o meno, come ci ha insegnato Elena Giannini Belotti.

Anche le madri, per chi non se ne fosse ancora accorto, salvano continuamente vite, di bambini propri e altrui, di anziani, non ancora o non più in grado di provvedere a sé. E non lo fanno eccezionalmente, ma più volte al giorno e per anni. Interventi che manco i supereoi Marvel su cadute rovinose, bocconi di traverso, monete inghiottite, tuffi incoscienti, affondamenti senza braccioli, tagli, ferite, capocciate, arti e denti rotti, corse in ospedale.

La loro tenuta nervosa è temprata più di quella di un agente segreto dopo feste scolastiche, concerti di pianti, la chat di classe, il diario scolastico, le madri dei geni, i pediatri sordi, gli insegnanti in burn out, le demenze senili, le badanti distratte, i compiti del pomeriggio, il frigo vuoto, le liste di attesa e i mariti o capi isterici e capricciosi.

Tutto questo sempre con le emozioni in tasca, pronte ad usarle per consolare, incoraggiare, motivare, educare. Certo, anche piangere, per scaricare tutto e ripartire, ma, quando serve, pure per ottenere qualcosa. Cos’è, in fondo, il genio.

Magari avessimo leader deboli come le nostre madri.

Oltre a questa esibizione di leadership materna, Jacinda Ardern ci offre però altri preziosi insegnamenti, a cominciare dalle motivazioni che l’hanno spinta a lasciare.

Certo, si è dimessa perché non ne può più e, come dice lei, è esausta. Come non crederle: in 5 anni al Governo ha affrontato ogni possibile calamità, per non parlare della violenza politica sessista tremenda e i pericoli di incolumità annessi.

La stampa australiana e neozelandese ci spiega però che ci sono anche altri motivi per queste dimissioni, forse quelli determinanti.

Nonostante i successi internazionali, la popolarità di Jacinda e del suo governo era in calo da mesi in Nuova Zelanda. Il suo Governo ad un certo punto ha perso il tocco magico e ha cominciato a inanellare una serie di scelte politiche, ma soprattutto, economiche, ritenute sbagliate che hanno esasperato l’elettorato. Toh, ancora una volta, cherchez l’argent.

Una buona notizia, in fondo, perché l’elettorato non ha fatto sconti ad una donna leader, esattamente come non li avrebbe fatti ad un uomo.

Ancora una volta, l’intelligenza emozionale di Jacinda Ardern l’ha capito e ha deciso di mollare prima di andare incontro a una sconfitta, lasciando così anche al proprio partito la possibilità di provare a recuperare con un’altra leadership. Anche questa è una lezione gigantesca per tanti politici nostrani; sapersi mettere al servizio di una causa di una collettività e non essere schiavi del proprio ego o delirio di onnipotenza.

La cattiva notizia è però che persino una leader eccezionale come Jacinda Ardern non è bastata, da sola, a cambiare il mondo.

Il mondo luccicante e urlato dei media ci fa troppo spesso scordare come un paese non possa essere governato (salvato?) da una persona sola se non è circondata da una squadra di altrettanti leader disperatamente capace.

Questa è una grande lezione per le forze progressiste che, in teoria, avrebbero la mission identitaria del cambiamento. Per innovare, crescere e migliorare le cose una persona, anche se eccezionale, non basta, ci vuole una intera classe dirigente “overskilled”.

Occorre davvero una forza propulsiva e una capacità pazzesca per superare il vento ostile e contrario dell’inerzia, della paura e dell’ignoranza, ben più potente di quella sprigionata da chi preferisce rimanere fermo o, addirittura, andare indietro. Gli elettori e le elettrici di ogni paese lo sanno bene, e per questo mettono sempre l’asticella più in alto per chi vuole cambiare le cose.

Ancora grazie per tutto, Jacinda Ardern.

Fonte foto: https://edition.cnn.com/2020/10/17/asia/new-zealand-election-2020-results-intl-hnk/index.html

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