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Donne e economia: perchè valiamo un botto di PIL

di Giovanna Badalassi | 11 Marzo 2019

Donne e economia

Giovanna Badalassi

Dai, è passato. Anche quest’anno abbiamo scollinato l’#8marzo, e, dato il periodo, lo abbiamo festeggiato in parecchie un po’ incarognite (chissà come mai..), mangiando mimose in pinzimonio e condividendo articoli come non ci fosse un domani. Giusto per non perdere il passo, ora che siamo lanciate, ripartiamo da un cavallo di battaglia del binomio donne e economia:

l’insuperabile, terribile, mefistofelico, cattivissimo PIL.

E diamo pure la buona notizia: montagne di studi hanno dimostrato in ogni modo come il PIL aumenterebbe di un bel po’ (tanto) se si raggiungesse la parità tra donne e uomini. Il matrimonio tra donne e economia è infatti una situazione win-win: ci guadagnano tutti!

A livello mondiale l’ultimo richiamo è di Christine Lagarde, Direttrice Generale del Fondo Monetario Internazionale la quale in una recente intervista ha detto che alcuni paesi potrebbero aumentare il proprio PIL addirittura del 35%, se arrivassero alla parità di genere. Certo, occorrerebbe rimuovere gli ostacoli di natura culturale e anche legale: l’88% dei paesi al mondo ha ancora oggi delle restrizioni al lavoro femminile nella costituzione o nelle proprie leggi, in 59 paesi manca ancora la legge contro le molestie sul posto di lavoro, e in 18 paesi è legalmente consentito impedire alle donne di lavorare.

L’aumento del PIL grazie al lavoro delle donne è infatti dovuto non solo al loro stipendio, tasse e contributi, ma, in una visione più generale, ad una crescita complessiva del sistema: gli studi del FMI hanno rilevato ad esempio come persino il sistema bancario sarebbe più stabile con un numero più elevato di donne nei CdA.

Le donne possono infatti apportare un valore aggiunto notevole:

sono infatti una forza emergente, con un vissuto diverso e valori diversi. Consentire loro di partecipare pienamente alla vita sociale ed economica significa immettere nel sistema un elemento di innovazione economica e sociale del quale c’è disperato bisogno: il modello del turbo-capitalismo-neoliberismo-globalizzazione-à-la-carte pare ultimamente un po’ esausto, non so se ve ne siete accorte.

In molti paesi le donne l’hanno già capito e stanno esprimendo la loro reale forza economica e politica: non ultime le americane che, dopo la sberla dell’elezione di Trump si sono rimboccate le maniche e stanno dando un contributo gigantesco al rinnovamento della politica USA non solo in termini di ceto politico ma anche in termini di cambiamento delle priorità dell’agenda: basta armi ma più sanità, lotta al cambiamento climatico, istruzione ecc.

Donne e economia: come stiamo messi in Italia

E in Italia? Beh, intanto vediamo da dove partiamo: il Global Gender Gap report ci piazza al 70esimo posto a livello mondiale e dice che andando di questo passo la parità la vedremo tra 108 anni (sì, non è un errore di battitura). Se per caso ci venisse voglia di accelerare un filino, è bene ricordare che anche per noi la parità sarebbe un affarone.

Intanto già adesso, pur con tutti i problemi che ci sono, le italiane che lavorano producono il 41,6% del PIL, per un valore di 614,2 miliardi di euro. (il 70% dai servizi, l’11,5% dalla manifattura, l’11,3% dal commercio (indagine della Fondazione Moressa). Non male, vero? Viene da chiederci se ci preoccupiamo mai di come vengono spese le tasse relative a questi 614,2 miliardi, che devono essere tante. I famosi Asili? Servizi? Scuole? Sanità? Istruzioni? Cose così.

In più, non solo le italiane sono già una potenza economica a propria insaputa, ma, soprattutto, lo potrebbero essere molto, ma molto di più.

Secondo stime della Banca d’Italia, infatti, se si raggiungesse anche solo il 60% del tasso di occupazione femminile (attualmente è il 48,9%, quello degli uomini il 67,1% –  Istat, 2017) il PIL nostrano aumenterebbe di 7 punti percentuali. (Inciso: faccio sommessamente notare che ci stiamo accapigliando da mesi sulle stime di crescita del PIL, prevista per quest’anno all’1%..ah no, sarà allo 0,6% , ma anche meno).

E infine, così, ultima ciliegina sulla torta, piace ricordare l’interessante dinamica tipica della Womenomics, che riguarda proprio la relazione tra donne ed economia: una donna che va a lavorare spende parte del proprio stipendio per servizi di cura: non solo si deve pagare la baby sitter o l’asilo se ha figli, ma ricorre anche più spesso all’acquisto di cibi preconfezionati, lavanderie, rosticcerie, ecc. Si tratta di una forma di esternalizzazione del lavoro di cura che converte lavoro di cura prima gratuito in lavoro retribuito. Grazie a questo meccanismo moltiplicatore, ogni 100 posti di lavoro per le donne se ne producono in realtà 115. Non male, vero?

Eh insomma, ci sono enormi potenzialità nascoste, una miniera d’oro che aspetta solo di essere scoperta. Che aspettiamo, quindi?

Ehm… C’è un piccolo dettaglio. Non è che siamo nel migliore dei tempi storici per l’emancipazione delle donne, diciamo. Dal Decreto Pillon, alla quota 100 declinata al maschile, alla terra dopo il terzo figlio, giù a precipizio fino alla riapertura delle case chiuse, ecco, non tira un’aria bellissima.

Tocca sperare nel ritorno della ragione, e auspicare che prima o poi le donne prendano consapevolezza del proprio potere non solo economico ma anche politico, dal momento che rappresentiamo più del 50% dell’elettorato. Basterebbe poco, magari anche solo cominciare ad andare a votare più spesso, o convincere amiche, parenti e conoscenti a farlo: pare che alle ultime elezioni i due terzi degli astenuti (7 milioni su 11,5 totali) fossero donne. Comprendo lo scoraggiamento e le delusioni, ma, insomma, cosa succede a non farci sentire abbastanza lo stiamo vedendo in questi mesi.

Quindi, care, non aspettiamo troppo, digeriamo in fretta le mimose e poi muoviamoci, che il radioso avvenire ci tocca costruircelo da noi (e potrebbe essere pure un gran divertimento).

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