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A volte ritornano: il congedo di paternità

di Federica Gentile | 11 Novembre 2019

Photo by Zach Vessels on Unsplash

In un piovoso lunedì mattina apro Twitter e che cosa trovo?! Il caro vecchio congedo di paternità che ogni tanto salta fuori e ci dà qualche brivido di speranza in una maggiore condivisione del lavoro domestico e di cura.

Twitta infatti la ministra per le pari opportunità e per la famiglia Elena Bonetti: ”Ogni bambino nato nel 2020 riceverà un assegno mensile: 80, 120 o 160 euro, a seconda del reddito della famiglia. E per i papà abbiamo rifinanziato integralmente il congedo di paternità, portandolo da 5 giorni a 7. Lo aumenteremo ancora di più.”

Infatti, dal 2020 i neo padri che siano  titolari di un rapporto di lavoro dipendente,  hanno diritto a 7 giorni di congedo retribuiti al 100%. Si tratta di un primo passo necessario per mettersi in regola con le direttive della UE, che richiede agli stati membri di prevedere almeno 10 giorni lavorativi di congedo di paternità.

Va tutto bene, ma vale la pena chiedersi se il congedo di paternità sia  poi così importante per promuovere le pari opportunità.  La risposta breve è (era una domanda retorica) e  quella lunga tira in ballo la Svezia.

Come al solito.

Nella paritaria Svezia, anche se i congedi  già negli anni ’70 erano diventati “parentali” da esclusivamente “di maternità” non si traducevano in una reale condivisione del lavoro di cura tra genitori, e quindi, nel 1995, venne attuata una “quota del papà”, per cui se i padri non avessero preso 30 giorni di congedo esclusivamente di paternità, i 30 giorni sarebbero andati persi.  

Insomma, una politica del prendere o lasciare.
Risultato: la percentuale di padri che presero il permesso salì dal 44% al 77%. Piano piano, si è arrivati ad oggi, in cui i padri svedesi hanno diritto esclusivo a una quota del congedo parentale di 90 giorni retribuito all’80%.

Il sistema funziona, ma è importante che il congedo sia pagato bene, se no i padri non lo prendono. In Svezia, il sistema di quote “prendere o lasciare” funziona perchè il congedo è retribuito all’80% e vedere padri più coinvolti (e per fortuna ce ne sono già tanti) che scarrozzano gli infanti al parco, che sanno gestirsi le creature in autonomia è un esempio importante non solo per i bambini/e che verranno cresciuti in una famiglia più paritaria, ma anche per gli adulti, per i colleghi di lavoro, per le mamme del parchetto, per i genitori dei compagnetti di scuola.

Non solo, è un provvedimento “giusto”: permette alle donne di levarsi un po’ del peso del lavoro domestico e di cura non pagato, di lavorare di piu, o, in alcuni casi, proprio solo di lavorare – in Svezia la percentuale di donne tra i 25 ed i 54 anni che lavorano è dell’88%. O magari – idea rivoluzionaria! – di fare meno e basta.

Oltretutto, i padri stessi possono desiderare di passare più tempo con le proprie creature, ed è giusto che ne abbiano l’opportunità. E le cose lentamente iniziano a cambiare: se nel 1994 solo il 27% dei paesi al mondo prevedeva i congedi di paternità, nel 2013 la percentuale era del 48%.  I padri in Giappone stanno combattendo per cambiare la cultura aziendale che stigmatizza i padri che prendono il congedo, e anche in Italia qualcosa si smuove: come riportano a La Repubblica “Da quando è stata introdotta – con la legge 92 del 2012 e in via sperimentale per tre anni, dal 2013 al 2015 – l’astensione dal lavoro per i neo-papà (retribuita al cento per cento) ha visto la Lombardia sempre sul podio: è la regione che registra il maggior numero di beneficiari, raccogliendo, da sola, un quarto delle richieste nazionali ( 2.412 su 9.588 nel 2015).”

Un congedo di paternità adeguato (ovvero più lungo di 7 giorni) non è la soluzione all’uguaglianza di genere, ma è un piccolo tassello in più.

E quindi aspettiamo speranzose di vedere che cosa succederà in Italia.

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